UN UOMO, UN ATLETA, UNO SPORTIVO CON IL… FIOCCO!
La forza delle spalle larghe, il cuore di panna

Il fisico è quello di un pentatleta, di un concorrente alle antiche Olimpiadi di Atene: altezza ben oltre i 185 cm, fisico statuario, passo da bersagliere, anche impegnato sulla bicicletta, incrociato milioni di volte nelle vie interne della sua, della nostra Borgo Venezia.
Essergli vicino, quand’ero Pulcino, Esordiente o Giovanissimo, mi trasmetteva quel senso di tranquillità, di protezione che nessun altro mister al posto suo mi avrebbe dato o mi ha dato (visto che non è stato l’unico coach che ho avuto nelle giovanili virtussine).
Raffaele Fiocco, per tutti solo “Lele”, classe 1950, non ha fatto solo della sua esplosiva fisicità il suo aspetto migliore, la sua arma vincente: è stato soprattutto in grado di mantenere i nervi saldi quando questo o quel direttore di gara sbagliava partita. La stima e la comprensione che aveva da mister le abbiamo capite anni dopo, quando ha scelto di passare dalla parte opposta della barricata.
Non è diventato arbitro, quello no, ma si è distinto nel ruolo di assistente, collaboratore del “fischietto”, arrivando al massimo livello che tale incarico potesse offrire a chi aveva scoperto in ritardo la passione per la bandierina e le linee continue imbiancate di gesso: fino a fare il quarto ufficiale in Serie A.
È stato lui a chiamarmi subito “Gambe di sedano”, per via dei miei arti inferiori – a suo dire – poco propensi a impegnarsi in sport nei quali è previsto il contatto fisico di un certo rischio.
“Il calcio”, una volta gli uscì di bocca, “non è adatto a ballerine, caro Presidente”. Un appellativo che mi affibbiò forse rivelando, lui ferroviere, una certa idiosincrasia verso i figli d’arte. Insomma, non vedeva di buon occhio chi poteva – ma non era assolutamente il caso mio, visto che sapevo di non essere un fulmine di guerra, un fenomeno! – usufruire del cosiddetto (e talvolta maledetto) nepotismo.
E così fu proprio il mitico “Lele” a indicarmi, nella famosa trasferta degli Allievi a Locara, che quella sarebbe stata la mia ultima tappa da calciatore, schiudendone – e di questo gli sono grato – un’altra: quella di giornalista e scrittore.
Due strade che, con immutabile gioia e fierezza, hanno accompagnato come il respiro tutta la mia esistenza.
Riconosco – e sono in pochi tra i virtussini di una certa età, anche i più sfegatati – che l’idea del Torneo notturno dedicato agli sfortunati tre fratelli Giacomi è stata, come si dice, farina del suo sacco e non di mio padre. Mio padre, quando c’era bisogno di chiarirlo, non si è mai tirato indietro: non ha mai fatto di quel Memorial una sua tesi di laurea o un fiore all’occhiello, pur essendone stato, nel 1977, all’epoca della nascita, il massimo dirigente e promotore dello svolgimento al “Mario Gavagnin”.
Già, “El Lele”: un ciclope dalle spalle enormi, dal collo taurino, dalle mascelle quadrate come i graziati da Madre Natura, ma dal cuore di panna e incapace di fare male a una mosca.
Qualche anno fa – compreso quello che ha visto il ritorno alla Virtus BV del “figliol prodigo” Andrea Nalini – abbiamo visto “El Lele” fare da scorta, una sorta di bodyguard, allo stadio “Mario Gavagnin” (diventato nel frattempo anche “Sinibaldo Nocini”) per i giocatori della Prima squadra virtussina di Serie C, offrendo all’uscita degli spogliatoi o della palestra manciate, sbrancate di cioccolatini e caramelle: il suo modo di esprimere stima e affetto ai calciatori borgo-veneziani che avrebbe voluto allenare tutti.
Adesso, invece, lo incrociamo e lo salutiamo volentieri sugli spalti dell’aeropago borgo-veneziano.
E la stretta di mano è sempre quella: ricorda quella dell’asso dei guantoni Dorando Pietri, o di Nino Benvenuti, o – per rimanere nel mondo pallonaro – quella di Nevio Scala (1947), abile anche imprenditore agricolo, con tanto di cantina di vino biologico nella sua natale Lozzo Atestino, ai piedi dei ricchi Colli Euganei.
È una morsa fredda, ma che proviene da un cuore caldo, la stretta di mano del mitico “Lele”.



