STEFANO MAZZOLA, IL “TARDELLI DELLA VIRTUS”
Cuore, corsa e sacrificio. Dalla Virtus Borgo Venezia alle grandi sfide del calcio dilettantistico veronese, passando per i ricordi indelebili di papà Mirko e del presidente Sinibaldo Nocini.

È stato uno dei giocatori che hanno meglio rappresentato l'US Virtus B.V. dell'era sinibaldonociniana. Stefano Mazzola oggi è un tranquillo pensionato, dopo una brillante carriera di dirigente (è stato Resp. Area commerciale di Olivetti prima, e Wind poi), sposato con quella Grazia Del Romi che ha conosciuto in borgo da adolescente, padre di Martina e Federica. Le quali lo hanno reso felice e amoroso nonno di Kilian (4 anni), di Estelle (1 anno) e di Elia, appena 10 mesi, il pargoletto di Federica.
«Proprio» ci confida Stefano «perché ero stanco nel mio lavoro di gestire persone, non mi è mai venuto in mente di intraprendere - alla pari di mio papà - la carriera di allenatore, una volta appesi gli scarpini ai chiodi. Sono ancora oggi convinto che se avessi profuso anche nel calcio le mie energie, avrei rischiato l'esaurimento nervoso!».
Talento e fiato da vendere - lo hanno dimostrato i tanti prestigiosi club, Off. Bra Valpantena in primis, una volta che ha lasciato i rosso-blu guidati dal padre Mirko, classe 1926, ex gloria del Venezia approdato in Serie A nella stagione 1948-49 -, carattere adamantino, grande generosità in campo in un ruolo abbastanza delicato e spigoloso qual è stato quello di mediano di rottura. Alla Marco Tardelli, tanto per accostarlo a un grande che appartiene alla sua "fede" juventina:
«Al calcio» ricorda «ho sacrificato 3 chiodi innestati alle falangi della mano sinistra, la frattura all'arco zigomatico della parte destra del viso e il rischio di restare per sempre cieco - dopo una ventina di giorni trascorsi nella piena e disperata oscurità! - per colpa di una pallonata che gli ha procurato la caduta di entrambe le retine, "miracolato" grazie alle lunghissime ore e ai ripetuti interventi effettuati dalla dottoressa Pertile, donna alla quale devo la luce, la vita», commenta il mediano con il 6 o con l'8 sulla schiena.
Classe 1960 (è nato il 20 novembre), secondo di 3 fratelli (Nicoletta e Marco), Stefano sorride quando ricorda che papà Mirko dovette sborsare la modica cifra delle vecchie 100 lire per poter militare nei Pulcini, Primi Calci virtussini.
«Sì, i primi calci al pallone li ho dati nei Pulcini a 7 nel campetto cosiddetto degli Ebrei, quello vicino alla bottega del rottamatore Balini, stanco di vedere catapultati palloni nel suo disordinato opificio. A 11 - mister "El Cile", al secolo Roberto Bonente e Raffaele Fiocco - ho giocato mezz'ala e successivamente sono diventato mediano di rottura, quello che va a caccia del playmaker avversario, il ruolo e il compito che mi hanno accompagnato per tutta la mia carriera».
Tutta la trafila nelle giovanili del club borgo-veneziano, allora guidato dal più alto scranno dal medico Sinibaldo Nocini, con vicepresidente e trainer della Prima squadra il rag. Mirko Mazzola, impiegato nella D.E.A., la ditta della zia che trattava, come suggerisce l'acrostico, Droghe ed Affini; sì, proprio il padre di Stefano, perito troppo presto (a 60 anni), in un tragico incidente stradale sulla Transpolesana, all'altezza di Angiari.
«Avevamo appena trionfato nella prima edizione del Trofeo notturno dedicato ai 3 fratelli Giacomi: 1-0 contro l'AC San Zeno Vr di mister "El Molena", al secolo Arrigo Ligabò, che contava sulla forza fisica di Candela e sui gol di Paolo Alberto Faccini, futuro romanista, servito da Urbani. E il gol - tiro al volo da fuori area - l'ha firmato, guarda caso, proprio il sottoscritto. Un gesto balistico che non posso dimenticare, anche perché di reti in tutto, io, sì e no, ne avrò realizzate 4 o 5. Io, negli Juniores, non ho mai militato, passando subito dagli Allievi alla Prima squadra - 2ª categoria - guidata da mio padre».
Ed anche con Stefano in campo, padre e figlio Mazzola conquistano l'accesso in Prima categoria, traguardo storico per una società rinata all'inizio degli anni '60.
Trasferte, però, che comprendevano viaggi chilometrici (Chioggia, Contarina, Castelmassa, Solesino, Piovene Rocchette, Taglio di Po...) ed avversari sostenuti da pubblici molto "caldi", per essere generosi.
Una domenica, Stefano vide rientrare a casa da Noventa Vicentina papà Mirko con la montatura degli occhiali andata in frantumi, esito dell'intemperanza e del malcontento dei tifosi basso-vicentini, guidati da uno dei maggiori esponenti veneti di cui la FIGC nazionale ha goduto, ovvero l'ancora vivo, ultra novantacinquenne geometra Enrico Galuppo (un altro grande personaggio veneto di spicco a livello federale è stato il dottor Antonio Ricchiei, di Rovigo).
Qualche stagione, compresi i due anni in Prima categoria nell'US Virtus Borgo Venezia guidata prima dal padre e poi dal rag. Fausto Zanoni, ex secondo di mister Giancarlo Gatti alle Officine Bra Valpantena dell'allora presidente, il rag. Mario Nicoletti, poi l'approdo proprio alla squadra più gettonata dei dilettanti veronesi, ossia proprio le Off. Bra Valpantena, il gruppo che, sotto lo sguardo vigile di Gatti, portò il professionismo nei nostri dilettanti, vedi pullman per trasferte e movimenti e ritiro estivo.
«E, con le Officine» continua Mazzola jr «conosco la Promozione, in cui navigo per 7 stagioni. Compresa l'estate tragica, indimenticabile del 1986, quella in cui perdetti - il 27 agosto, dopo 10 giorni di ospedale - in seguito alle ferite riportate in un assurdo, tragico incidente stradale sulla 434 Transpolesana (all'altezza di Angiari) mio papà, di ritorno dalle esequie di una sua parente e alla guida dell'auto assieme a una sua cugina».
La voce si arrochisce, gli occhi incarcerati dietro gli occhiali cominciano a inumidirsi:
«Ricordo le notti trascorse all'ospedale di Legnago, il tentativo dei medici di salvarlo, la visita di tuo padre, il nostro presidente Sinibaldo Nocini, il quale era venuto anche per percorrere l'ipotesi di trasportare papà dal "Mater Salutis" legnaghese all'Ospedale "Giobatta Rossi" di Verona. Ricordo che scosse la testa, avendo fiutato la gravità, credo, in cui stavano versando le condizioni di salute di mio padre, che doveva combattere contro la frattura di numerose costole, tentando di evitare quell'invincibile avversario che si prospettava e che poi sciaguratamente si materializzò, ossia il rischio dell'insorgere di una fatale embolia».
Già, Mirko, oltre che tecnico sublime, capace di saper come pochi dialogare e approcciarsi con i suoi giocatori, convocati alla vigilia per gli ultimi consigli al Bar Gustavo, era il miglior amico veronese del pioniere della Medicina Sportiva nazionale, il dr. Sinibaldo Nocini, di 4 anni (1922) più grande di Mirko ed ex gloria biancazzurra del Faenza di Ravenna, in cui indossava, nell'allora Serie C, e mentre frequentava il Liceo Classico "Evangelista Torricelli", a soli 16 anni, la maglia n. 7.
Fu proprio il sottoscritto, ovvero chi sta estendendo questo articolo, che fu svegliato alle prime luci dell'alba dal cardiologo e genitore faentino, perché l'accompagnassi - incapace di farlo da solo - nella vicinissima abitazione, per comunicare, stravolto dal dolore, alla moglie Laura la tragica scomparsa del marito.
Ma, tornando a ricordi più lievi, Stefano, dopo la parentesi officinese, passa in forza al Bardolino del plurivincitore trainer, il sanmichelato Paolo Viviani. Che, dopo il trionfo dei "giallo-blu del Benaco" con l'undici dell'allora presidente Tiziani, lo vuole in Eccellenza, al servizio dell'ambizioso Montecchio Maggiore della famiglia Romano Aleardi.
Per poi staccare la spina dai tornei, quelli regolarmente indetti dalla FIGC-LND, e imboccare la strada di quelli organizzati dagli Amatori; e questo fino a quasi 50 anni!
Il presidente virtussino, Nocini, seppur attorniato da validi dirigenti, con la scomparsa di Mirko restò spaesato, calcisticamente - vista la quasi stessa età -, tanto erano le idee e la visione pedatoria che accomunavano i due personaggi, amatissimi non solo nel loro popoloso "feudo", meglio borgo-laboratorio.
«Tuo papà» riprende a sbobinare il film, la pellicola dei ricordi, quelli più suggestivi, più cari, Stefano «per noi giocatori, in molti studenti universitari, era tutto: papà, medico di famiglia, consigliere, competenza calcistica. Una volta, dopo che non feci in tempo, a causa di un fastidiosissimo mal di schiena riportato al "Giobatta Battistoni" di San Giovanni Lupatoto, a terminare fino al 90° la sfida contro i bianco-rossi lupatotini, rimasi inchiodato dal trauma per quasi tutta la settimana successiva a quella domenica vissuta a San Giovanni.
Ebbene, accadde che in concomitanza con un Convegno sulla Medicina dello Sport tenutosi proprio a Verona in quei giorni della mia sofferenza - consesso in cui si pronunciarono, tennero le loro dotte relazioni, i maggiori luminari della Medicina sportiva nazionale - il dr. Sinibaldo mi capitò in casa assieme al maggiore esponente dell'Ortopedia e Traumatologia italiana, ovvero il romano prof. Lamberto Perugia.
Il quale riuscì nella strabiliante impresa, grazie alle sue dotte indicazioni, a rimettermi in piedi e a giocare la partita in programma la domenica successiva alla sua visita, ovvero solamente due giorni dopo il suo mai così gradito blitz».
«E poi» aggiunge Mazzola jr «come posso dimenticare la solarità, l'equilibrio della presidentessa Tiziana! E le grandi feste, con pranzi e cene pantagrueliche e fuochi d'artificio, vissute dopo la conquista della storica 1ª categoria (1977-78) nella vostra tenuta di Poiano di Valpantena. Eravamo tutti una famiglia, un gruppo coeso, che sapeva remare per un verso solo, con il tenente di vascello, il prof. ISEF Gianfranco Vesentini, "El Veve", capitano, ma vera icona della Virtus di quei ruggenti anni».



