MONDIALI ADDIO PER LA TERZA VOLTA: CHE SIA L'ANNO ZERO DEL NOSTRO CALCIO?

Andrea Nocini • 7 luglio 2026

Tre Mondiali mancati non sono più un incidente di percorso: sono il segnale di un sistema che deve ritrovare identità, competenza e coraggio.

Luglio 1968, bagno Colombina Milano Marittima: da dx, Tiziana Nocini, moglie Fabbri, Piefrancesco e Giorgio Nocini, CT azzurro mondiali 1966 Edmondo Fabbri e Andrea Nocini.

Per la terza volta consecutiva manchiamo alla vetrina più importante del pianeta: i Mondiali di calcio. Noi, vincitori di ben quattro edizioni, siamo costretti a guardare il gioco più bello del mondo senza gli Azzurri tra i protagonisti, consolandoci con le imprese dell'eroico e minuscolo Paraguay che elimina la corazzata Germania, del volenteroso Marocco che sgambetta la superba e "frugale" Olanda, e applaudendo le grandi riconferme, con la Francia in testa.

Sembrava che ci fossimo fatti il vaccino all'indomani della sconfitta patita dalla modesta Corea del Nord al leggendario Mondiale inglese del 1966, quando fummo falciati, anzi svergognati, da un illustre sconosciuto, tale Pak Doo-Ik. Non un tecnico dentista, come raccontatoci per anni, ma, come si è saputo molto più tardi, un umilissimo insegnante di Educazione Fisica.

Era, quella grande esclusa, l'Italia dei cosiddetti pomodori, che non risparmiarono, al ritorno in Italia, gli Azzurri di Edmondo Fabbri, romagnolo verace che era partito dalla piccola Mantova per costruire il suo mondo di successi e credibilità.

Già, l'Italia dei blocchi. In quel caso, del Bologna di mister Fulvio "Fuffo" Bernardini. Storico l'unico scudetto vinto all'Olimpico di Roma il 7 giugno 1964 dai rossoblù felsinei, al loro settimo titolo, a spese dell'herreriana e ormai appagata Internazionale del cavalier Angelo Moratti: 2-0, con reti di Romano Fogli e Harald Nielsen.

Quel blocco rossoblù, diventato pietra d'angolo della nostra Nazionale, soleva trascorrere qualche giorno sulle spiagge di Milano Marittima, dove il cittì di Castel Bolognese, Edmondo Fabbri, passava con la famiglia il suo spicchio di ferie.

Erano gli Azzurri personificati dai bolognesi Ezio Pascutti e Paride Tumburus, che potevi incontrare in centro alla "Perla dell'Adriatico", intenti a rilasciare autografi, farsi fotografare e abbracciare dai tifosi. Poi si dissetavano non con gli spritz di Aperol dei tempi moderni, ma con fette di fresco cocomero, sorseggiando una semplice spuma o una goliardica e garrula gazzosa.

Una spiaggia fatta di commissari tecnici e di milioni di appassionati italiani, quella di Mi.Ma., voluta dai meneghini all'inizio degli anni Sessanta per sfuggire al soffocante cemento e ai grattacieli che svettavano accanto al Pirellone e al Duomo.

Dopo Edmondo Fabbri arrivò un altro romagnolo, Azeglio Vicini. Poi il "rivoluzionario", anch'egli romagnolo purosangue: Arrigo Sacchi, il "mago di Fusignano", che arrivava in spiaggia a bordo dei successi milanisti e della sua scintillante Ferrari Testarossa, omaggio dell'era berlusconiana.

Ora, dopo la "madre delle sconfitte", quella del 1966, siamo spettatori annoiati, reduci da un'overdose di fútbol servitoci tutti i giorni e in tutte le salse.

Le nostre squadre — Milan, Juventus, Inter, Bologna, Roma, Napoli, Lazio — non sono più personificate da grandi talenti né da esempi da seguire (Bastoni e Tonali docet), ma da atleti viziati e, crediamo, fragili, ingordi di guadagni, assordati dal chiasso mediatico e grondanti fama da tutti i pori.

I "fedelissimi", le "bandiere"? Macché. Solo pallidi ricordi ai quali un vero tifoso non può più aggrapparsi, sapendo che un giocatore può cambiare casacca più volte nell'arco della propria carriera.

Già la Nazionale del 2006, trionfatrice a Berlino, era nettamente diversa da quella vittoriosa in Spagna nel 1982. Lì, come hanno recentemente rimarcato gli autorevoli giornalisti raccoltisi in un simposio nel cuore di una Legnago bollente, non solo per la temperatura, nel Giardino della Fondazione Fioroni, Marcello Lippi non aveva costruito un gruppo di uomini e di amici come invece era riuscito a fare l'amatissimo Enzo Bearzot.

Bearzot fu capace di soffiare nuovo alito vitale nelle vene depresse e smunte di un Pablito Rossi che era stato fermato per due stagioni dal calcioscommesse e che aveva disputato solo una manciata di partite dopo la sentenza che lo aveva coinvolto.

Azzurri più freddi e razionali, quelli "berlinesi", consci di un'Italia colpita dalla pandemia del Calcioscommesse, poi ribattezzata Calciopoli, che aveva fatto indietreggiare l'intoccabile Vecchia Signora di molti passi, facendole sfiorare il baratro della Serie C.

Se il Mundial di Spagna 1982 aveva gettato una luce nei grigi e funerei anni di piombo, in cui l'Italia boccheggiava tra bombe sui treni, stragi nelle piazze e tralicci fatti saltare, l'altra impresa, quella "berlinese", fu spinta dalla necessità di cancellare davanti al mondo una faccia sporca, imbrattata da un calcio viziato, ammalato, contaminato dagli scandali, divorato dalla partita doppia e dilaniato dall'impietoso tritacarne dei sempre più influenti e potenti mass media.

Quali sono le ricette per poter, dantescamente, "ritornar a rimirar le stelle", quelle del paradisiaco Mondiale?

Dalle prestigiose e brillanti firme del giornalismo sportivo — da Roberto Beccantini del "Guerin Sportivo" ad Alberto Cerruti della "Gazzetta dello Sport", da Raffaele Tomelleri (ex "L'Arena") a Furio Zara (Rai Sport e autore di libri premiati dalla critica), da Fabio Monti del "Corriere della Sera" ai grandi ex calciatori Nico Penzo (ex Juve di Platini ed ex Hellas Verona di quell'Osvaldo Bagnoli che molti hanno paragonato, quale "costruttore di umanità", a Enzo Bearzot) e Giancarlo Pasinato (vera "bandiera" del Cittadella, dopo aver militato sia nell'Inter sia nel Milan, mai nella Juventus) — sono sgorgati pochi rigagnoli, poche vie d'uscita.

Tra queste: presidenti dei nostri club sempre più numerosi e spesso legati non a patrimoni personali, bensì a fondi di investimento; una sorta di "invasione", favorita anche dagli effetti della Legge Bosman; impianti sportivi vetusti; scarsità di risorse da investire sul futuro dei nostri giovani più promettenti.

Noi avremmo aggiunto un altro elemento: il vero cancro del nostro calcio è il proliferare dei procuratori sportivi.

Ricordo una sera a Vicenza, durante una pizza condivisa con Marcello Lippi, amareggiato per le vicende che avevano coinvolto il calcio italiano. Mi confidò quanto fosse diventato difficile decidere liberamente davanti a schiere di giocatori protetti dai procuratori e come l'allenatore fosse ormai costretto ad amministrare una sorta di multinazionale composta da atleti di lingue, culture ed etnie differenti.

Non è stato inoltre ricordato l'affronto che la Federcalcio ha riservato a Claudio Gentile, trionfatore con l'Under 21 agli Europei di Germania 2004 e medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atene nello stesso anno, poi inspiegabilmente ignorato dai vertici federali.

Eppure stiamo parlando di un protagonista di una carriera straordinaria: sei scudetti vinti con la Juventus, il trionfo mondiale in Spagna con la Nazionale di Bearzot, una Coppa UEFA, una Coppa delle Coppe e una Coppa dei Campioni, sempre con la maglia bianconera.

Verissimo quanto affermato da Furio Zara:

"Il campione nasce per una carezza del destino, mica puoi fabbricarlo in un'azienda metalmeccanica!"

Ma bisognerebbe, a nostro modesto avviso, ripartire dalla ricostruzione di una vera rete di scouting, anche se costosa e sempre più distante dalle possibilità economiche dei presidenti dei club italiani di oggi.

"A molti di loro" — ha ricordato uno degli ospiti — "non interessa neppure vincere lo scudetto, ma semplicemente guadagnare. Anche senza cucirsi il triangolino tricolore sulla maglia, perché il sistema garantisce comunque entrate considerevoli".

Quel titolo che fu inseguito per una vita da presidenti alla vecchia maniera, oggi scomparsi e difficilmente replicabili: l'ascolano Costantino Rozzi, il pisano Romeo Anconetani, il veronese Saverio Garonzi, il vicentino Giussy Farina, l'interista Ivanoe Fraizzoli, il doriano Paolo Mantovani, il partenopeo Corrado Ferlaino, il romanista Dino Viola, l'irpino Antonio Sibilia e molti altri ancora.

"Sarebbe bello" — ha concluso Zara — "accontentarsi della nascita di un Dino, anziché Roberto, Baggio: basterebbe già quello".

"La vera rivoluzione" — ha chiosato Tomelleri — "è sperare nel ritorno di atleti che siano prima uomini e poi calciatori".

Ma la deriva che stiamo vivendo sul piano etico e comportamentale, ahinoi, sembra non risparmiare l'essere umano, protagonista di un pianeta surriscaldato non soltanto dal clima, ma anche dalle troppe guerre che continuano a insanguinarlo.



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