OSVALDO BAGNOLI, IL “SOCIALISTA DEL FUBÀL”
Il ricordo del tecnico che, con semplicità, concretezza e uomini veri, trasformò l’Hellas Verona in una favola diventata storia

Tutto il calcio, non soltanto quello italiano, oggi lo piange. Osvaldo Bagnoli, il “profeta del calcio pratico e semplice”, ci ha lasciati all’alba di venerdì 17 luglio, alla venerabile età di 91 anni, appena compiuti. Era nato il 3 luglio 1935 a Milano.
Per tutti ha rappresentato un calcio vincente, incarnato più dai portatori d’acqua che dagli architetti. Un cantiere – quello del pallone – nel quale, circa trent’anni dopo il suo “miracolo Hellas Verona”, ha brillato un altro grande tecnico italiano: Claudio Ranieri, artefice della favola del Leicester City. Dal 1985 al 2016: questa è la distanza temporale tra le due imprese.
Già, due capitoli esaltanti che sicuramente il grande William Shakespeare avrebbe trasformato in romanzi di successo, dopo il “Romeo and Juliet” ambientato sulle rive dell’Adige.
Ricordo la prima volta che incontrai il “mago della Bovisa”: all’antistadio, oggi intitolato a Guido Tavellin, in un tardo e plumbeo pomeriggio d’autunno. Quell’anno, il 1980, avevo appena conseguito la maturità classica all’Istituto Alle Stimate ed ero stato nominato addetto stampa delle giovanili gialloblù – Primavera, Allievi e Giovanissimi – dall’imprenditore veronese Luciano Vicentini, azionista dell’Hellas insieme a Franco Di Lupo, padre dello sfortunatissimo portiere Gabriele, e ad altri soci.
Minacciava di piovere e io stavo trascinando la mia Vespa ET3 125, con la marmitta argentata, come fosse un carrellino della spesa. Forse impietosito dalla presenza di quel coraggioso neodiplomato, Bagnoli mi invitò nel suo piccolo spogliatoio, condiviso con il mitico Tony Lonardi, da San Floriano della Valpolicella: preparatore dei portieri del Verona dello scudetto ed ex Genoa.
«Accomodati, rischi di beccarti tutta la pioggia!» mi disse.
Da quel momento nacque tra noi non una vera amicizia – anche perché poco dopo mi tuffai nel mondo dei dilettanti – ma una conoscenza lunga, reciproca e sincera.
Una sera la società di viale Olimpia, vicino allo stadio Bentegodi, mi affidò l’incarico di accompagnare Bagnoli a un cenacolo organizzato nel salone dei frati cappuccini, in via Filippini, a Villafranca di Verona.
Si parlò molto di zona e di marcatura a uomo. Lui, con il candore quasi certosino di chi difendeva la bellezza del calcio e delle sue tattiche, rispose con un italiano bagnato dalla pronuncia veronese, che però non riusciva a nascondere le sue origini di buon e fiero “lumbard”:
«Chiamala minestra della regina o Margherita, calcio a zona o a uomo: sempre calcio a undici l’è! Miga gli ha inventà un calcio novo, un altro calcio, eh!».
Ricordo anche il mio primo stipendio: un assegno da centomila lire, ricevuto in quegli anni di fecondo tirocinio giornalistico al servizio dei gialloblù. Un periodo durante il quale mi sbizzarrii nel creare alcune iniziative destinate a valorizzare il vivaio dell’Hellas, allora quasi abbandonato a sé stesso e mantenuto soprattutto perché richiesto dalla Federcalcio, affinché rappresentasse un serbatoio per le squadre professionistiche.
Una di queste iniziative, la più prestigiosa, fu “Il giovane gialloblù d’argento”: un riconoscimento mensile, assegnato attraverso un referendum tra giornalisti – e non tramite la raccolta di tagliandi! – alla promessa più in forma, dagli Allievi alla Primavera.
Il premio consisteva in una medaglia-scultura raffigurante un pallone d’argento attraversato dalla scala, simbolo dei gialloblù. Era un’opera del maestro orafo veronese Cesare Soprana.
Osvaldo Bagnoli era un “socialista del calcio”, anche politicamente. Non amava dichiararlo apertamente, ma stava dalla parte degli operai. Non sopportava i fronzoli, gli orpelli, gli abbellimenti eccessivi, leziosi o superflui. Non gli interessavano la moda e le grandi firme. Era un uomo pragmatico ed essenziale: lo dimostrò il 12 maggio 1985, a Bergamo, quando arrivò davanti alle grandi del nostro fubàl – Juventus, Inter, Milan e Torino – portando l’Hellas Verona alla conquista dello scudetto.
Con i guadagni ottenuti nel calcio aveva acquistato l’Hotel Maxim, in Borgo Venezia, sulla strada verso San Michele. Un’operazione probabilmente suggeritagli dall’ex compagno di squadra dell’Hellas Franco Nanni, già proprietario di un albergo a Riccione, compagno delle vacanze estive e amico di Osvaldo per tutta la vita.
Bagnoli dava la precedenza assoluta alla famiglia e alla figlia non vedente, alla quale è sempre stato profondamente legato. Una situazione che condizionò in parte anche i suoi spostamenti in panchina: dopo Verona allenò soltanto Genoa e Inter, prima di fermarsi definitivamente. A soli 58 anni aveva già deciso di mettersi da parte, lasciando il grande circo del pallone.
Agli allenamenti arrivava a bordo della sua Citroën 2CV 6 Charleston, amaranto e nera, quella con i finestrini che si sollevavano come le ali di un uccello in volo.
Un giorno lo sentii mugugnare:
«Mah, guarda ti… Quei giovani “figli di papà” arrivano al campo a bordo di automobili di lusso…».
Era semplicemente Osvaldo Bagnoli: un uomo concreto, autentico e senza fronzoli. Proprio come il suo calcio.



