SCARAMANZIA, NON VAI PIÙ VIA!
Quando il pallone non si giocava solo coi piedi, ma anche con i riti, le paure e le piccole follie degli uomini

L’ultimo dei riti tribali a dover scomparire nel nostro calcio, compreso quello professionistico e quello dell’intero pianeta, è la superstizione.
Ne so qualcosa il sottoscritto, per aver trascorso gli anni più belli della professione come corrispondente sportivo del quotidiano veronese L’Arena a Tregnago, dove l’ancora adesso indimenticato — a distanza, ovviamente, di pochissimi anni dalla sua dipartita — presidente Antonio Perlato avrà un motivo in più per non essere inghiottito dall’inevitabile oblio dei poveri esseri umani: la sua comunità gli ha dedicato lo stadio più recente, quello che ha soppiantato il vecchio campo con i pali di legno, belli e quadrati. Onore, anzi privilegio, questo, riservato a pochissimi personaggi ancora in vita (vedi Sara Simeoni a Rivoli e Pelé nel suo Brasile).
L’A.C. Tregnago, nei tanti anni vissuti in Promozione — massimo traguardo per un paese certamente non strapopolato di abitanti, ma di appassionati tifosi, quello sì — era stanco di doversi guadagnare la salvezza ogni primavera nelle ultime giornate.
Il suo presidente, Antonio Perlato, per tutti Toni “Puoto”, chiamato così per la sua abilità di fornaio del paese nel produrre non solo pane e torte, ma anche singolari dolcetti a forma di “puoti”, cioè bambini — e il buon Perlato, ahilui!, assieme all’inseparabile consorte Maria, in carne e ossa, non ne aveva sfornati neanche uno, considerando così i suoi giocatori gialloblù come una famiglia molto allargata! — ebbene, era diventato il “principe della scaramanzia”.
Ti rimproverava se si accorgeva che versavi acqua, birra o vino nel bicchiere con la mano sinistra (quella del diavolo) anziché con la destra; ogni festa che si giocava in casa compiva, un’oretta prima dell’inizio della “pugna”, un giro di ricognizione al campo, sperando di non incrociare — alla maniera degli auguri latini — le grole, uccelli porta disgrazia secondo la credenza popolare di quelle zolle.
Ma della schiavitù scaramantica non si erano liberati molti appartenenti al circo pallonaro, a partire dai mister, forse le “vittime” più sensibili e fragili nel mirino della cabala.
Mister Diego Fanìn, ex giocatore e trainer dell’Hellas Verona, sceso poi a predicare ottimo calcio a generazioni di calciatori veronesi e non, non si accomodava in panca se non con l’inseparabile soprabito color ghiaccio — immaginiamo ben imbottito nelle domeniche gelide di rigido inverno. Guai se, per negligenza, lo dimenticava a casa: era sconfitta sicura!
Altri suoi colleghi della panca amavano vestirsi alla stessa maniera, dalle scarpe fino al maglione, per passare da Armani a Valentino o a Versace soltanto quando il completo non portava più fortuna, ma solo sconfitte.
Risalendo a Tregnago, per capire quanto tutta la società fosse vittima della superstizione, una volta si chiese a un bomber esplosivo e potentissimo — che proveniva a suon di gol dalla Primavera dell’Hellas Verona, dal Pescantina e dal Rovereto di Serie D — Giuliano Paolini, il quale nel primo spicchio del torneo di Promozione segnava davvero con il contagocce, di mettersi a disposizione per salire, prima dell’allenamento serale, sull’auto di un dirigente e raggiungere una località del Mantovano dove operava un mago, un fattucchiere capace — si diceva — di operare incredibili trasformazioni, miracoli impossibili.
Ma l’arte del ciarlatano, dell’imbroglione virgiliano, non incontrò successo con il centravanti, il quale tornò a scuotere le reti e a scardinare le basculanti avversarie quando la stagione agonistica era quasi terminata… Sicuramente con precisa scadenza ed efficacia realizzativa nella stagione successiva.
Anche mio babbo Sinibaldo, promettente ala destra del Faenza di fine anni Trenta (era del 1922 ed esordì a 15 anni nei biancazzurri romagnoli, regalando ai tifosi che lo avevano soprannominato “Nocini, ala destra del Faenza, giocator per eccellenza”), era vittima della superstizione: quando durante la settimana, a bordo della sua auto o, ancora peggio, a piedi, incrociava una suora, oltre a toccare tutto ciò che bisognava toccare (dal ferro ai “gioielli di famiglia”), cercava di allontanare la sconfitta certa annunciata da quell’incontro… pericoloso, previsto infausto.
Ben diverso era l’atteggiamento di papà, con il barometro umorale che tornava a salire e segnava “bel tempo” se invece si imbatteva, sempre in auto oppure a piedi, in frati, più portatori di fortuna, quindi più “annunciatori” di rotondi successi, se con la barba lunga, la veste lisa e di giovane età.
Ce ne sarebbero centinaia di altri esempi — anche meno gustosi — da snocciolare per illustrare la sensibilità scaramantica del nostro mondo, ma noi ci fermiamo qui, convinti di aver servito un abbondante menù di esempi naturali e comprensibili, ma perfino capaci di influenzare e “catturare” le debolezze umane, a livello di gioco praticato o ammirato in presenza o da lontano. Ma attenzione: non solo di quello (molti, prima di un’operazione chirurgica o di un esame universitario).
Ultima a separarsi dai riti, dalle processioni, dalle celebrazioni liturgiche — osservate come una terapia medica o da seguire per filo e per segno a livello comportamentale o semantico — è la superstizione, nel tentativo di scacciare la malasorte ed esorcizzare quei “diavoletti” avversari con tanto di scarpini che si affrontano in partita ogni festa.
Buonanotte



