ROBERTO ZURISCHI, DRIBBLING E DISCHI
Poteva diventare qualcuno. Ha scelto di restare sé stesso

È stato uno dei giocatori più forti della Virtus nociniana.
Lui, parliamo di Roberto Zurischi, nato il giorno dell’Epifania del 1957, ha rappresentato il calcio naïf: tutto tecnica, genio e sregolatezza. Quello appartenuto ai grandi talenti del “fubàl” di un tempo: da Ezio Vendrame a Gigi Meroni, da George Best — spingendoci nella lontana Inghilterra — fino a Gianfranco Zigoni, sì, Zigo-gol, per tornare più vicini al nostro territorio, al nostro Hellas Verona.
«Sono nato in via Campo Sportivo, in Borgo Venezia» esordisce “El Zuri”, aggiungendo: «Il mio destino di calciatore era quindi segnato». A rimarcarlo, poi, ci si è messo il debutto in prima squadra, in Seconda Categoria, il giorno dell’Epifania e del mio sedicesimo compleanno, a Grezzana. Decisione fortemente voluta da mister Claudio Bortolomeazzi, uno dei miei tre “padri”-padrini, assieme a Roberto Bonente, detto “El Cile” — colui che mi ha tolto dai campetti in erba per portarmi al “Mario Gavagnin” — e a tuo padre, il dottor Sinibaldo Nocini, che io, per primo tra i suoi giocatori, chiamavo confidenzialmente “Noce”, e del quale ti racconterò più avanti un curioso aneddoto».
«Fin da piccolo, da quando ho iniziato a camminare» aggiunge “El Zuri”, definendosi una sottopunta, un trequartista, «il mio primo pensiero era rincorrere e calciare una palla».
Precoce nel bruciare anche altre tappe, il Roberto virtussino: «A 17 anni, dalla mia liaison con Fabiana, è nato Cristian, classe 1974, attaccante pure lui, mentre il fratellino, più piccolo di sette anni, è arrivato nel 1981. Poi, nel 1991, sono diventato genitore per la terza volta, ancora di un maschio, Gianmaria, classe 1995, che oggi lavora come impiegato nella Capitale, alla Farnesina, al Ministero degli Esteri. L’unico a non essere una punta, bensì un difensore centrale del Sona Mazza».
Tecnicamente dotato e completo, Zurischi ricorda un gol da cineteca firmato al “Gavagnin”, durante un’amichevole della Virtus di mister Bortolomeazzi contro una squadra di Milano: «Palla al piede, punto la porta dribblando quattro avversari e depositando la sfera in fondo al sacco dopo aver saltato anche il portiere. Un gol alla Maradona? Ma dai, non scherziamo! Però è stata una fiammata che mi è piaciuta molto, da enfant prodige, per il quale — dopo aver guidato da capitano le rappresentative regionali Giovanissimi e Allievi — anche secondo il giudizio del selezionatore “penna bianca” Adolfo Remondini, avrei potuto competere tra i professionisti».
Già, Remondini: «Saliti in pullman, nel viaggio di ritorno della finalissima persa a Vittorio Veneto contro il Padova (doppietta di Capuzzo), mi si avvicinò e mi consegnò il trofeo di vicecampioni, dicendomi: “Tienila, la Coppa, a casa tua, perché te la sei meritata. E poi tu sei decisamente una spanna sopra gli altri!”».
Lo “Zigo-gol” di Borgo Venezia ha giocato sempre nell’US Virtus B.V. fino ai 19 anni.
«Non avevo lo spirito di sacrificio, né volevo rinunciare alle mie passioni: il bar, le partite a carte al Bar Gustavo o al Bar da Stoppa (in piazza Libero Vinco), a poker o a biliardo. E poi il sabato sera mi piaceva fare mattina».
E così, la sottopunta rosso-blu prende a calci anche l’ultima occasione per salire le scale sfavillanti del professionismo.
Ma prima, è lui stesso a ricordare una scenata memorabile: un duro rimbrotto ricevuto dal presidente, il dottor Sinibaldo Nocini.
«Mi convoca nel suo ambulatorio, in via Turchi, e mi parla del forte interessamento di alcune società professionistiche: Modena, Torino, Reggiana, e anche del Sommacampagna dei fratelli Cesare e Dino Maccacaro, che si stava affacciando alla Serie D, allora chiamata Interregionale. Quando mostrai a tuo padre tutta la mia contrarietà, lui iniziò a gridare: “Ma perché non accetti? Con i 7 milioni di lire che ci offrono, noi della Virtus copriamo due stagioni!”».
Ma il suo clamoroso rifiuto fu coerente con le sue scelte di vita:
«Se non avevo accettato proposte dai club professionistici, mica potevo accettare quelle dei dilettanti. E così abbandonai il calcio».
Il Torino, con il grande scopritore di talenti Sergio Vatta, lo aspettava, mettendo a disposizione vitto, alloggio, scuola e campi da calcio.
«Ma in collegio» ricorda Zurischi «ci ero già stato, alla Reggiana, e da lì ero scappato. Stanco di sentire — anche dieci volte al giorno dal juke-box del bar vicino — “Minuetto” di Mia Martini, di fare due allenamenti al giorno, cenare e andare subito a letto come un monaco tibetano, per poi alzarmi all’alba».
La sottopunta dal cuore “bradicardico” — al punto che tuo padre, durante le visite mediche, chiamava i colleghi cardiologi per mostrare quel caso raro, un cuore che sembrava quasi non battere — amava invece incontrare Franco Califano, quello del “resto è noia”:
«Ogni volta che era in città o nelle ville del basso veronese, voleva vedermi. E mi regalava le sue battute, non sempre riportabili…».
Perito meccanico, nel 1991 “Zigo-gol” lascia l’azienda di famiglia, produttrice di macchinari per pane e pasticceria.
Recentemente ha collaborato con Gigi Fresco come match analyst e talent scout, andando a “spiare” gli avversari.
«Niente pastasciutte, ma piatti di riso sì: la cara Rina, mamma di Gigi, era sempre pronta a cucinare a qualsiasi ora rientrassimo. Ma spesso chiudevamo la serata confrontando le nostre analisi tecniche al “Ranch”, il ristorante in zona Ponte Florio di Matteo Saorin».
Questa è la breve storia di un talento mancato, che ancora oggi vivrebbe senza cellulare, se il figlio più piccolo — che lavora in America — non glielo avesse praticamente imposto.
Un po’ Zigo-gol, un po’ Califano; un po’ Vendrame, un po’ Vasco Rossi.
Molto genio, talento e sregolatezza.



