QUEL COVID CHE HA LASCIATO IL SEGNO SUI NOSTRI GIOVANI

Andrea Nocini • 26 febbraio 2026

Una generazione sospesa tra regole, silenzi e nuove strade 

Il pensiero-riflessione della notte di questa settimana corre indietro nel tempo, al famigerato 2020, devastato in tutto il mondo dalla pandemia.
Ma perché, adesso, mi tornano quei fantasmi malefici?

Me l’ha fatto pensare – l’altra sera a Castelbaldo – una serena dichiarazione raccolta da un giovane, non ancora ventenne, giocatore marocchino, passato dal ruolo di portiere di calcio a quello di centrale nel volley.

«L’aver contratto il virus per due volte e la serie, ingarbugliata, di regolamenti per poter giocare o no questo o quel sabato mi ha disarcionato da questo mondo, facendomi catapultare in un’altra disciplina agonistica, in un altro mondo – il volley – che, fosse stato per i pochi insegnamenti ricevuti negli anni della scuola, avrei scartato da subito».
«Invece» – ha aggiunto, con tutto l’amore che riversa per la nostra cara Italia, Yasser – «l’aver incontrato un coach innamorato di quello sport mi ha fatto entrare in quell’atmosfera e non mi ha fatto più rimpiangere il calcio».

Un’accusa, la sua, non rivolta soltanto ai regolamenti – non sempre condivisi – adottati da parte della FIGC in una situazione drammatica e complessa come l’imperversare della piena pandemia, ma anche alla povertà culturale-sportiva di educatori, istruttori, allenatori di un’altra significativa disciplina, il volley, che si sta prendendo il suo spazio anche nel nostro Belpaese.

Certo, prima che sparisca il “cosiddetto gioco più bello del mondo”, quel calcio che per il sottoscritto ha rappresentato la migliore colonna sonora della propria vita, ce ne vuole. Deve scorrere ancora molta acqua sotto i ponti.

Certo è che il Covid ha messo a dura prova intere annate, negando loro la vetrina calcistica più importante: la pratica attraverso il normale svolgimento dei campionati. Un buon paio di leve (2001 e 2002) sono state “giustiziate” anche dal sistema dell’obbligo dei fuoriquota.

L’augurio è che una simile sciagura – la pandemia – paragonabile a un sisma, a un’alluvione o a una frana di grandi proporzioni, non debba più presentarsi alle porte dell’umanità. Sia per la salute del pianeta, sia perché credo che alcuni valori etici – come l’aiuto vicendevole – oggi non siano più parenti stretti di quelli che, fortunatamente, abbiamo vissuto in anni addietro, come durante il terremoto in Friuli (6 maggio 1976) o quello in Irpinia (23 novembre 1980).

Tali cataclismi, usando una metafora calcistica, potrebbero prenderci in un micidiale contropiede, anche se – forse – in maniera più lieve rispetto ad altri Paesi del globo. Nel nostro Belpaese, dove l’efficiente macchina della Protezione Civile e l’esercito del volontariato non temono confronti, possiamo dirci convinti della capacità di risposta, rapida ed efficace, nei tempi previsti dall’emergenza.


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