Il nocino della buonanotte
Il virus del fùbal

Già, non potevo proprio non essere contagiato dal “virus” del calcio.
Era scritto nel mio destino: papà Sinibaldo, “ala destra del Faenza, calciator per eccellenza!”, come lo chiamavano i tifosi biancazzurri della cittadina romagnola, e mio fratello maggiore Giorgio, mancino potente alla Chinaglia o alla Vieri, capelli corti da marine e sguardo da bomber.
Non potevo scampare al “fubàl virus” nemmeno volendo. Nel giardino della casa in cui sono cresciuto, in Borgo Venezia – via Paolo Caliari – un pomeriggio di tanti anni fa, raccogliendo alcune rose, scoprii tra la terra dei frammenti metallici: erano resti della piattaforma su cui poggiavano le tribune dell’antico campo dell’Hellas.
Un segno, forse.
La squadra era nata nel 1903 per iniziativa di un professore di Greco del liceo “Scipione Maffei”, Decio Corubolo, e di pochi studenti appassionati. Il primo presidente fu il conte Fratta Pasini, con un fondo associativo di 32 lire. Poco dopo, Alberto Masprone ne continuò l’opera.
All’epoca, il bianco e nero del Gruppo Sportivo Bentegodi lasciò spazio ai nuovi colori oro e azzurro: l’identità dell’Hellas prendeva forma.
Dopo la Prima guerra mondiale, nel 1919, la società si fuse con un’altra minore e divenne ufficialmente
Football Club Hellas Verona.
Proprio in quegli anni i “mastini” giocarono sul campo di Borgo Venezia, tra via Caliari, via Bianchini, via De Betta e quella che solo più tardi sarebbe diventata via Alessandro Turchi.
A pochi passi c’era il calzificio Cipriani – parenti del fondatore degli “Harry’s Bar” – e il ritrovo “La Cancellata”, dove si giocava a bocce e si discuteva di calcio fino a sera. Da lì, in bici, si poteva salire al “Maracanà” veronese: il campo Gigi Piccoli, incastonato tra le Torricelle, dove il calcio respirava di passione popolare e fatica.
Chiudo gli occhi e rivedo il campo di via Campo Sportivo, oggi solo un ricordo verde che ancora scorgo dal terrazzo di casa.
Ci vedo tuffarsi
“Cranio d’argento” Aldo Olivieri, campione del mondo del ’38, atleta di acrobazie e coraggio, poi portiere di Torino e Lucchese.
E immagino Arnaldo Porta, il primo brasiliano dell’Hellas: 74 gol in 196 partite tra il 1914 e il 1930. Nato ad Araraquara, quartiere popolare di San Paolo, era definito “l’attaccante più pericoloso di Borgo Venezia”. Nel 1919 firmò una tripletta che salvò l’Hellas dal tracollo contro il Padova, infiammando il pubblico veronese.
I palloni erano di cuoio spelacchiato, cuciti con cordoni da calzolai. I giocatori portavano baffi a manubrio, brillantina nei capelli e turbanti per attutire i colpi di testa. Le divise, bianche solo all’inizio, diventavano presto fango e sangue.
Attorno, tifosi in bicicletta si ammassavano per vedere i dribbling di Brivio, Benini, Bianchi, Guarda, Ruperti, Cavallaro, Bascheni, Vigevani.
Poi arrivò Virgilio Felice Levratto, detto lo “spaccareti”. Nato a Carcare nel 1904, si fece amare a Verona durante il servizio militare, segnando 15 gol in 20 partite. I tifosi gridavano “Con Levratto ogni tiro va nel sacco!”, e la città lo adottò come uno di casa. Ma quando passò al Genoa, poi all’Ambrosiana, scoppiò la prima vera contestazione gialloblù.
Ricordo anche l’omino delle orzate d’estate e delle caldarroste d’inverno, i bagigi, le noccioline americane e i pistacchi salati. Odori e suoni che accompagnavano ogni domenica di calcio, quando il popolo veronese – nobili e borghesi compresi – lasciava i palazzi affacciati sull’Adige per inforcare il velocipede e raggiungere via Campo Sportivo.
Lì, l’Hellas affrontava con orgoglio Juve, Milan, Ambrosiana e le grandi del Campionato di Alta Italia, Pro Vercelli e Alessandria. Poche vittorie, ma tanta anima.
E proprio lì, il
19 dicembre 1926, accadde l’impensabile:
Giampiero Combi, portiere della Juventus e della Nazionale, assieme ai suoi compagni Rosetta e Caligaris, perse l’imbattibilità.
Fu ancora il brasiliano Porta a bucarlo. Combi uscì in lacrime.
Un giorno che Verona non dimenticò.
Ora che scrivo, il sonno mi piega la fronte.
Sento il fruscio delle bandiere gialloblù che mi accarezzano come faceva mamma Tiziana, o la cara tata Alma Saccoman di Spinimbecco.
Risuonano i corni dei tifosi, il boato dopo una rovesciata di Cavallaro o Ferrari, e nel sogno vedo i capelli impomatati di Bianchi, Vigevani e di mio padre.
Sì, lui:
“l’ala destra del Faenza, calciator d’eccellenza”.
Giocava da fuorilegge del fubàl, perché non aveva ancora 16 anni. Implorava Gesù di fargli crescere barba e baffi per sembrare grande abbastanza.
E, per non essere scoperto, scendeva in campo sotto falso nome:
“Cicicchio”, preso in prestito da una novella del Decameron – quella di
Chichibio e la gru.
Così nacque il mio virus del fùbal.
E da allora non se n’è mai più andato.



