Capocampo – Il momento in cui il calcio cambia anno
Domenica 11 gennaio 2026 ricominciano i campionati dilettantistici.

È una data apparentemente normale, una di quelle che scivolano via nel calendario senza clamore. Il pallone torna a rotolare dopo la sosta, le classifiche riprendono forma, le domeniche tornano ad avere un senso preciso. Ma, a ben guardare, non è lì che il calcio entra davvero nell’anno nuovo.
Il calcio vive da sempre su due anni solari. Un piede nel passato e uno nel futuro. Si sommano risultati, speranze e ferite attraversando il confine invisibile del 31 dicembre senza mai fermarsi davvero. Niente brindisi di mezzanotte, nessun conto alla rovescia, nessun “tre, due, uno” gridato insieme. Nel calcio, l’anno non cambia quando cambia il calendario.
L’anno calcistico finisce il 30 giugno e ricomincia il primo luglio. In silenzio. Senza cerimonie. Come se fosse una cosa normale. Ed è proprio questa normalità a farci pensare che, forse, sia un’occasione mancata.
Perché il calcio è lo sport più seguito al mondo, quello con il maggior numero di tifosi, di storie, di appartenenze. Eppure è anche l’unico che non festeggia davvero il proprio inizio. In ogni società, anche la più piccola, l’avvio di una nuova stagione è una nuova avventura: nuovi programmi, nuovi allenatori, nuovi compagni di squadra, nuove speranze. Ci sono presentazioni, strette di mano, promesse sussurrate e sogni mai detti ad alta voce. Tutto questo però passa spesso in sordina, soprattutto nel calcio dilettantistico, dove l’essenziale vince sempre sul superfluo.
Ed è proprio da qui che nasce una domanda semplice, quasi ingenua: perché non celebrare questo momento? Perché non fermarsi un attimo nel punto esatto in cui una stagione finisce e un’altra sta per cominciare? In quella linea sottile che separa ciò che è stato da ciò che sarà. Una linea immaginaria tracciata a centrocampo. Un Capocampo, appunto.
Noi di NoceGol abbiamo deciso che sì, vale la pena farlo. Vale la pena dare un nome e un senso a quel passaggio invisibile. Per questo nasce Capocampo, che si celebra nella notte tra il 30 giugno e il 1° luglio, alle ore 00:00. Il momento esatto in cui il calcio cambia anno, ma non anima.
Il calcio dilettantistico per noi non è solo un gioco. È un rito. È un sogno che si accende presto, quando sei bambino, e che in qualche modo non si spegne mai. È la prima volta che infili le scarpe da calcio, magari troppo grandi. È la prima maglia, spesso ereditata da un fratello o da un amico, con un numero che sembra enorme sulle spalle. È la prima volta che senti qualcuno gridare il tuo nome dopo un gol. Ed è anche la prima sconfitta che ti fa piangere in silenzio nello spogliatoio.
Il calcio è questo: lo sport più bello e più triste del mondo. Bellissimo quando ti regala attimi che restano per sempre. Triste quando ti ricorda che non tutti i sogni diventano realtà, ma che vale comunque la pena inseguirli. Nel dilettantismo queste emozioni sono nude, sincere, senza filtri. Qui non si gioca per contratto, ma per appartenenza. Per il paese, per il quartiere, per una maglia che rappresenta casa.
Capocampo vuole essere un momento di riflessione e di condivisione. Non una celebrazione rumorosa, ma un gesto simbolico. Un rito notturno. Un modo per dire: siamo qui, sulla linea di mezzo. Guardiamo indietro a quello che è stato e avanti a quello che verrà. Un brindisi ideale fatto di parole, racconti e memoria, dedicato a chi ogni domenica apre il borsone e va al campo, con il freddo, con la pioggia, con il sole basso d’inverno.
Perché il calcio, soprattutto quello dilettantistico, merita attenzione, rispetto e narrazione. E perché certe cose, se non le racconti, rischiano di sparire.
Buonanotte a tutti voi. E buon calcio, sempre.



