Il nocino della buonanotte
IL "POKER" DEI MISTER DI NOCINIANA PRESIDENZA

Da quando il dottor Sinibaldo Nocini, dopo una lunga anticamera nel Consiglio di Presidenza, venne eletto all’unanimità presidente dell’U.S. Virtus Borgo Venezia nella primavera del 1980, la società visse oltre un decennio di guida autorevole e illuminata. Un periodo intenso, in cui Nocini seppe conciliare la professione di medico di base con i suoi quattro mandati consecutivi come Consigliere Nazionale della Federazione Medico Sportiva Italiana, dedicandosi quotidianamente alla Medicina dello Sport dopo le ore d’ambulatorio in via Turchi, a Borgo Venezia.
Già nel 1963 aveva fondato, insieme al collega Giovambattista Fraccaroli, il Centro di Medicina dello Sport di Verona, inizialmente in via XX Settembre. Nel 1986, per meriti professionali e strumentazioni all’avanguardia, il CONI lo promosse a Istituto di Medicina dello Sport, riconosciuto tra i più efficienti d’Italia.
In quegli anni, la Prima Squadra virtussina – che solo nel 1970 aveva finalmente trovato casa nel campo “Mario Gavagnin”, dopo decenni di ospitalità precaria tra Parona, Pozzo e Palù – fu affidata a un poker di allenatori di forte personalità, tutti accomunati da rigore morale, educazione e profondo senso del ruolo.
Il primo fu Claudio Bortolomeazzi, imprenditore metalmeccanico, che aveva fatto della Virtus quel figlio che la vita non gli aveva concesso. Uomo tutto d’un pezzo, “razza Piave”, quando parlava lui di “fubàl” il sabato pomeriggio nella saletta patronale accanto al Cinema Aurora, non volava una mosca. Più che lezioni di calcio, le sue erano vere lezioni di educazione civica: disciplina, rispetto, puntualità, sacca sportiva impeccabile, vita ordinata. Il calcio come religione, nel senso più profondo del termine.
Sulla stessa lunghezza d’onda era Vittorio Buchi, avvocato e assicuratore, con un passato da calciatore nell’Hellas Verona campione d’Italia, la carriera interrotta da un grave infortunio al ginocchio. Uomo razionale e severo, lo si ricorda per quel soprabito chiaro, alla Humphrey Bogart, che indossava d’inverno lungo i campi di una Prima Categoria che portava la Virtus a Valdagno, Piovene, Solesino, Noventa Vicentina, Thiene, Malo, fino al Rodigino.
Il mister preferito di mio padre, però, fu Mirko Mazzola. Elegante, profumato di spezie – che commerciava per lavoro – sempre alla ricerca di idee moderne. Padre di Stefano Mazzola, centrocampista classe 1960 e spesso capitano. Il loro legame andava oltre il calcio: curriculum simili, frequentazioni comuni, un’amicizia cementata anche dal fatto che mio padre fosse il medico di famiglia di Mirko e dei suoi cari.
Quando Mirko perse la vita in un tragico incidente sulla Transpolesana, avvolta da una nebbia assassina, mio padre mi svegliò all’alba per accompagnarlo a casa della moglie Laura. Non se la sentiva di darle da solo quella notizia. Un momento che resta inciso per sempre. Come resta inciso Mirko, capace di mettere il proprio corpo davanti a un avversario in un acceso finale a Noventa Vicentina, proteggendo squadra e panchina.
Chiude il cerchio Fausto Zanoni, bancario, sposato con una tedesca conosciuta sul Garda, preciso e meticoloso, cresciuto all’ombra di Giancarlo Gatti, il vero rivoluzionario del calcio dilettantistico veronese. Gatti introdusse ritiri, pullman, stipendi, corredi sportivi personalizzati, preparazione atletica scientifica e staff sanitari specializzati. Trasformò il dilettantismo in qualcosa di vicino al professionismo.
Portò il Sivam Bagnolo ai vertici, arrivando dalla Svizzera con una Coppa vinta a Lugano. Fece grande anche Quinto e le Officine Bra. Ovunque arrivasse, scendeva dal torpedone circondato da curiosi, appassionati e ragazzini in cerca di autografi.
Morì nel 1997, troppo giovane, ma mai dimenticato. Tanto che il Cerea Calcio contribuì a garantirgli funerali degni di ciò che era stato. Poco prima di un delicato intervento, dalla stanza d’ospedale, con il sorriso sotto i baffi, ci disse:
«Io ce la farò. Questa è la più dura delle mie battaglie. Ma il Piccolo Toro mi rivedrà presto in panchina».
Ecco, in fondo, erano tutti così: uomini prima che allenatori. E forse è per questo che li ricordiamo ancora.



