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Andrea Nocini • 12 novembre 2025

Addio Maestro Vessicchio, l’armonia fatta persona



E adesso che anche lui, il Maestro, se n’è andato lassù, a riabbracciare Pino Daniele e James Senese, Napoli — e con lei tutta la musica italiana — ha perso la sua più autentica voce orchestrale. “Napule è mille colori”, cantava Pino. Ma oggi quei colori sembrano un po’ più sbiaditi.

Peppe Vessicchio è stato il direttore d’orchestra più amato d’Italia. Ha guidato oltre trenta edizioni del Festival di Sanremo, vincendone quattro — con Avion Travel, Alexia, Valerio Scanu e Roberto Vecchioni — e accompagnando artisti come Battiato, Ron, Tosca, Marina Rei, Niccolò Fabi, Renga, Gino Paoli, Giusy Ferreri e molti altri. Il suo nome era sinonimo di eleganza, competenza e poesia musicale.

Ho avuto la fortuna di conoscerlo nel 2017, quando fui coinvolto, grazie a un’importante agenzia di comunicazione veronese, nel progetto “Il Grande Viaggio Insieme” promosso da Conad. Peppe era una presenza fissa in quelle tappe itineranti, insieme all’amico Gene Gnocchi. Io curavo le “cartoline” video che raccontavano ogni evento, e lui — sempre attento, curioso, ironico — ne firmava la sigla musicale.

Fin dal primo contatto telefonico compresi di avere davanti un uomo raro. Vessicchio era gentile e premuroso, con quella calma che solo i grandi possiedono. Ex promessa del calcio giovanile del Napoli, portava nel suo modo di essere quella passione sportiva mescolata alla sensibilità del musicista puro.

Ricordo una sera di primavera, a Siracusa, dopo un concerto nella splendida cornice di Ortigia. Io, defilato dal gruppo, scrivevo qualche appunto sul taccuino. Lui, vedendomi solo, si staccò dai suoi “Solisti del Sesto Armonico” — il gruppo di talentuosi musicisti da lui scelti, tra cui la nipote adorata — prese uno sgabello e venne a sedersi accanto a me. Mi offrì un bicchiere di prosecco e mi guardò con quegli occhi scuri, profondi, capaci di leggere dentro.

Aveva capito che dietro il mio silenzio c’era qualcosa di più del semplice affaticamento. Gli raccontai che la mia tata, Alma, stava per lasciarci dopo una vita dedicata alla mia famiglia. Lui ascoltò senza interrompere, poi, con voce calma, mi disse:
«Sai, un buon rimedio al dolore è parlare con le piante. Sono esseri che ascoltano, rispondono. Crescono anche grazie alla musica».

Lo guardai perplesso, credendo stesse scherzando. Ma continuò serio, con quella pacatezza che lo distingueva:
«Tutta la realtà è armonia. Immergersi in un bosco sano è come entrare in una grande orchestra naturale: l’uomo, la musica, la natura sono parte di uno stesso spartito».

Solo dopo compresi che quelle parole non erano suggestioni poetiche. Nel suo libro La musica fa crescere i pomodori, Vessicchio raccontava la sua esperienza in un progetto agricolo in cui sette persone coltivavano quattro ettari di terreno accompagnando la crescita delle piante con le note musicali. La musica, per lui, era energia viva, capace di curare, di rigenerare.

Non ho mai dimenticato quella conversazione. Racchiudeva tutta la sua filosofia di vita: la bellezza come forma di equilibrio, la melodia come linguaggio universale dell’anima.

Quando oggi, 8 novembre 2025, ho appreso la notizia della sua scomparsa, mi è tornata alla mente proprio quella sera. E mi sono rimesso al computer, nel silenzio di una notte autunnale, per fissare un ricordo di quell’uomo straordinario.

Peppe Vessicchio non era solo un direttore d’orchestra: era un educatore, un signore d’altri tempi. Credeva nella grazia, nella misura, nella forza gentile della cultura. “Signori si nasce, arricchiti si diventa”, diceva spesso. E lui era, davvero, un signore.

Per tredici edizioni del Festival di Sanremo, da Pippo Baudo a Beppe Fiorello, la sua figura elegante e la barba inconfondibile hanno dato il via al rito con quella frase che resterà nella memoria collettiva:
«Ed ora, signori, dirige l’orchestra il maestro Peppe Vessicchio!»

Che non si abbassi mai il sipario sul suo nome. Rimanga alzato, come quello di un vero gentleman della musica italiana, capace di farci emozionare con una sola nota, con un gesto del braccio, con uno sguardo.

Le sue melodie continueranno ad accompagnarci, leggere come la brezza di un’orchestra che non smette mai di suonare.

Addio Maestro, e grazie.

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