Il nocino della buonanotte
Le ragazze che entrano in campo quando il mondo guarda altrove

C’è un’ora della sera in cui i campi da calcio sembrano sospesi.
Le luci dei fari tremano appena, come candele troppo grandi, e l’erba si adagia in silenzio sotto le ultime voci del giorno. È l’ora in cui anche il pallone diventa più leggero, quasi avesse voglia di ascoltare, non solo di correre.
È in quell’ora che, sempre più spesso, entrano in campo le ragazze.
Arrivano con passo deciso, come se la notte non le spaventasse, come se il buio fosse un alleato. Entrano senza chiedere permesso, portando una luce tutta loro: non quella abbagliante dei riflettori, ma quella più rara, intima, che nasce solo in chi gioca per amore e non per abitudine.
Molti continuano a guardarle con un sopracciglio sollevato, con quella sufficienza che sa di passato stantio, come il tabacco dimenticato sul tavolo. Forse non se ne accorgono, ma stanno fissando un calcio che ha conservato l’essenza che tanti hanno perduto: la fame, la dedizione, il coraggio di sbagliare senza fingere.
Le ragazze giocano un calcio che sembra venire da un tempo più umano.
Un calcio senza trucchi, senza cadute teatrali, senza alibi.
Un calcio che conosce il valore della fatica, e che trova nella squadra un rifugio, non un contratto.
C’è qualcosa di poetico nei loro movimenti:
nel modo in cui inseguono un pallone che non promette ricchezze,
nel modo in cui si rialzano sempre, senza protestare,
nel modo in cui si guardano negli occhi prima di ogni rinvio, come se ogni azione fosse una piccola promessa reciproca: “Io ci sono”.
E intanto, attorno a loro, gli spalti cambiano.
Dove prima c’erano sbadigli e pregiudizi, ora ci sono famiglie, bambini, coppie che scoprono un calcio che profuma ancora di pulito. Un pallone che rotola con un suono antico, quello che ricordiamo tutti: il suono dell’infanzia, delle scarpe infangate, dei ginocchi sbucciati, delle serate in cui rientrare a casa era quasi un dispiacere.
Il calcio femminile cresce così: non con clamore, ma con costanza.
Non con slogan, ma con passione.
Come una pianta che spinge l’asfalto da sotto, lenta e inesorabile, fino a spaccarlo.
E allora la domanda diventa inevitabile:
Davvero siamo ancora qui a chiederci se merita attenzione?
Davvero abbiamo bisogno di numeri, statistiche e paragoni per capire ciò che occhi e cuore ci dicono già?
Il calcio delle ragazze non assomiglia a quello maschile.
E questo è il suo più grande pregio.
Non cerca imitazioni.
Non vuole ereditare un modello.
Vuole essere sé stesso: imperfetto, vibrante, coraggioso.
E nelle sere lente, come questa, quando il mondo rallenta e le voci si attenuano, il loro calcio assomiglia a una piccola verità:
che la passione, quando è autentica, non ha genere.
Che il talento non conosce porte chiuse.
Che il cuore, quando batte forte, non chiede permesso.
Così, mentre le luci dei campi si spengono una a una, e l’aria si riempie del profumo leggero della notte, una cosa diventa chiara:
chi continua a voltarsi dall’altra parte, semplicemente si sta perdendo una delle forme più pure di calcio rimaste.
Buonanotte a chi entra in campo anche quando nessuno la aspetta.
Buonanotte alle ragazze che giocano, e che giocando cambiano il gioco.
Buonanotte a questo calcio che cresce in silenzio…
e che ha trovato, finalmente, una voce tutta sua.



