Il nocino della buonanotte
ALFREDO DI STÉFANO, L’ETERNA SAETA RUBIA

È considerato da molti il miglior giocatore di tutti i tempi, per aver vinto quasi tutto e per aver ricoperto tutti i ruoli tranne quello del portiere. Nato a Barracas in Argentina il 4 luglio 1926, l’attuale (ndr) presidente onorario del Real Madrid (dal 5 novembre 2000), Alfredo Di Stefano appunto, ha indossato la maglia del River Plate a 18 anni. Approda al Real Madrid nel 1953 per rimanerci fino al 1964, giocando 372 partite e fi rmando 332 reti (per una media di 0,9 gol a partita!). Otto gli scudetti vinti con i “blancos” di Madrid, ben cinque le Coppe dei Campioni (ininterrottamente dalla stagione 1955-56 fi no al 1959 60: secondo solo al madridista Francisco Gento ed alla pari di Juan Alonso Adelarpe, portiere anche lui del Real Madrid), due i “palloni d’oro” nel 1957 e nel 1959, una Coppa d’America, nel 1947, una Coppa di Spagna e una di Colombia.
Ma ha anche trionfato due volte nel campionato argentino (nel River Plate), tre invece in quello colombiano (nel Deportivo Millonarios).
Ha militato in tre Nazionali: spagnola, argentina e colombiana, lui figlio di un italo-argentino (di Capri) e di un’argentina di origine francese. Detiene ancora oggi il record di essere l’unico giocatore ad aver fatto gol nelle finali di Coppa dei Campioni. Chiamato “Saeta rubia” (“Freccia bionda”), palla al piede,
Di Stefano era capace di partire dalla difesa per fiondarsi in rete.
Chiude la sua esperienza a Madrid, il 27 maggio 1964, nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Inter del “mago” Helenio Herrera.
Gli ultimi due anni all’Espanyol (fino al 1966) e gli scarpini appesi al chiodo alla veneranda età di 40 primavere.
Nel maggio 2006 gli è stato intitolato lo stadio del Real Madrid Castilla, squadra delle riserve delle “merengues”.
In veste di mister ha vinto due scudetti con gli argentini del Boca 145 Juniors e del River Plate, uno scudetto spagnolo (col Valencia), una SuperCoppa di Spagna con il Real Madrid (nel 1990) ed una Coppa delle Coppe sempre col Valencia, nel 1980. Nel 1989 gli viene assegnato il “Super pallone d’oro”.
Scompare a 88 anni (il 4 luglio 2014) a Madrid
Presidente, qual è stato il momento in cui le è venuta la pelle d’oca da giocatore?
«Quando debuttai in Prima Divisione, nel River Plate, in Argentina. Avevo 18 anni».
Nutre un rimpianto, in particolare?
«Il tempo volato via così. Quello che più rimpiango è non poter giocare con i ragazzini di Madrid».
Qual è il sogno che sta cullando?
«Dormire sereno» e giù un bel sorriso che la dice tutta sulla statura del personaggio.
Esistono oggi giocatori “universali” come Alfredo Di Stefano?
«Non mi piacciono i paragoni. Oggi ci sono campioni diversi da me, ma, campioni».
Quand’è stata l’ultima volta che ha pianto?
«Quando, da piccolo, mia madre mi dava delle sberle».
Secondo lei, qual è di questi tre assi il più forte: Messi, Ronaldo o Neymar?
«Ce ne sono molti bravi. Questi tre hanno una qualità superiore».
Può abbozzare un suo pronostico sugli ormai imminenti (inizio 8 giugno 2012, ndr) Campionati Europei di Polonia-Ucraina?
«Io dico Spagna. Se non altro perché è Campione del mondo in carica».
Perché il calcio-poesia è sparito nel calcio moderno, mentre in Spagna continua a resistere, soprattutto nel Real Madrid e nel Barçelona?
E, alé, giù un altro sorriso di “Saeta Rubia”: «Si vede che da quelle parti, “fioriscono”, ci sono tanti poeti».
Il suo giudizio sulla tecnologia nel calcio (in primis, moviola in campo, altro)... «Tecnologia e calcio non legano, non vanno d’accordo. Il calcio deve essere talento, e quello c’è già». Perché non nascono più i Rivera, Mazzola, Van Basten...?
«Il calcio, oggi, è sempre più fatto dal gruppo. Il tocco di distinzione lo fanno i grandi».
Lei sarebbe d’accordo sulla creazione in Europa di una SuperLeague?
«No, no, bisogna lasciare le cose così; che vanno bene!».
Perché non ha mai fatto l’allenatore?
«Sì che ho studiato da allenatore, ma, ho vinto molto da giocatore. E, poi, sto ancora imparando, nonostante l’età».
Perché attualmente gli spagnoli primeggiano a livello di squadre di club?
«E, spero che non cambi mai!».
Qual è stato il compagno del suo Real Madrid, con cui ha legato di più? «Josè “Pepe” Santamaria». Ricorreva a qualche abitudine, gesto o rito scaramantico prima della partita?
«Entravo in campo con il piede destro davanti: e, questo, fin da ragazzino».
Qual è stato l’avversario che in campo l’ha fatta più penare, quello che le ha dato maggior fi lo da torcere?
«Il dolore che avevo, ed ho tutt’ora, alla schiena», ed, alé, un ultimo e grande sorriso: la maniera migliore - da vero “campeon” - con cui poteva congedarsi la grande, immortale “Saeta Rubia”, Alfredo Di Stefano.
Di Stéfano non è stato solo un giocatore immenso. È stato un modo di intendere il calcio: totale, generoso, senza fronzoli. Nella sua voce, in questa intervista del 2012, si sente la calma di chi ha corso tutta la vita e sa che la partita più vera è quella che si gioca dentro.
Niente nostalgia, solo lucidità. Nessuna posa da leggenda, solo il sorriso di chi ha fatto del pallone una poesia concreta, fatta di fatica, eleganza e pensiero.
Oggi, che il calcio sembra correre più veloce di chi lo ama, le sue parole restano una carezza lenta — un invito a non dimenticare che il talento, prima di tutto, è libertà.



