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QUELLA VOLTA A LOCARA, “GAMBE DI SEDANO” NON SEGNÒ
Forse la colpa fu di quei bigoli alla siciliana, piccanti come l’aria respirata al “San Giovanni Bosco” di San Giovanni Ilarione, durante il Memorial dedicato a mio fratello.
O forse il merito era proprio suo, il “Giorgione Chinaglia dei poveri”, ala sinistra granata dal sinistro fulmineo e dal cuore grande, cresciuto nella Virtus e rimasto per sempre nei ricordi di chi l’ha amato.
Ne è passato di tempo da quel pomeriggio del 1983, quando lui, alto, statuario, rasato e controcorrente rispetto ai “baiosi” modaioli, faceva esplodere il pallone come un tuono, mentre io e papà Sinibaldo agitavamo gli ombrelli al cielo per festeggiarlo.
Il suo sinistro spaccò la rete e il pallone scomparve tra le colline dietro la porta, come un presagio di eternità.
Giorgione, generoso in campo come nella vita, sapeva anche rinunciare a un gol per tendere una mano al portierino tremante. Era così, una figura epica e dolce insieme, con il polso fasciato alla “Puliciclone” e l’animo silenzioso dei veri buoni.
A casa, però, le partite più accese si giocavano tra corridoi e tappeti marocchini, e le porte di vetro facevano spesso le spese dei suoi tiri. Io, il fratellino smilzo, “Stanlio” o “Biafra”, ero il colpevole di comodo.
Non era certo per colpire meglio di testa che si rasava, ma per stile, per distinzione. Di testa, infatti, era un disastro, ma col sinistro non perdonava. Con lui giocavano “Ange”, “Mazzolino” e il “Pasqua”, ragazzi della Virtus Borgo Venezia guidati da “Il Cile”.
Anche gli osservatori della Spal si stupivano di quella potenza che sembrava venire da un’altra dimensione.
Di noi fratelli Nocini, il vero calciatore era lui.
Io, con la mia scoliosi e i piedi piatti, ero più poeta che atleta.
Eppure, una volta al “Luigi Piccoli”, segnai due gol e lui niente: quella sera, a casa, le presi come non mai. L’avevo oscurato, e lui non me lo perdonò.
Giorgione studiò all’Isef, il tempio dei corpi perfetti. Io, invece, scrivevo articoli per “L’Arena”, raccontando un quartiere operaio, grande e vero come le sue fabbriche, pieno di uomini e donne che non avevano bisogno di titoli per essere importanti.
E poi venne
quella volta a Locara.
Un sabato d’inverno, grigio e impantanato, quando i nostri Allievi “B” della Virtus viaggiavano verso la nebbia di San Bonifacio, stipati come sardine nel furgoncino scassato del signor Tagliapietra, padre del nostro portiere.
Io speravo di giocare almeno un quarto d’ora nella ripresa, ma avevo imparato presto che la speranza, nel calcio come nella vita, è un lusso.
Il mister, Raffaele Fiocco, ferroviere e uomo di poche carezze, mi aveva ribattezzato “gambe di sedano” per via delle mie caviglie magre.
Mi consolavo pensando al 14 di Johan Cruyff: l’illusione nobilita anche le riserve.
In campo c’erano tutti i titolari: Tagliapietra in porta, “Ciacio” Barana in attacco, Bombieri sulla fascia, e pure Gigi Fresco col mio amato numero 2.
La Virtus dominava: 0-3, 0-4, 0-5… io fissavo il mister con occhi da cane randagio.
Ma al settimo gol segnò proprio Fresco, quello che avrebbe potuto lasciarmi il posto.
L’arbitro fischiò la fine e il mio mondo si spense: nessun minuto, nessuna occasione, solo la panchina, il fango e l’umiliazione silenziosa di chi non è scelto.
Il viaggio di ritorno fu un vuoto. Tutti ridevano, io no. Ero troppo ferito per condividere la gioia.
L’avrei intitolata “Locara, amara!”, quella trasferta.
Non “Ciclone virtussino”, ma “sconfitta del cuore”.
Eppure, oggi so che se avessi giocato, quella partita l’avrei dimenticata; così invece è rimasta, scolpita nella memoria come un tatuaggio.
“Pene di calcio, pene d’inferno”, avrebbe detto Dante.
E aveva ragione il mio Giorgione: il calcio non è per tutti, soprattutto non per chi ha le gambe da sedano e un’anima da poeta.
Ora che il destino gli ha giocato l’ultimo, terribile auto-gol, falciandolo via troppo presto, e io mi ritrovo mezzo secolo addosso, riconosco la verità: non ero un campione, ma uno scartino tenace.
Le mie gambe magre resistono ancora, più alla vita che al campo, e il mister Fiocco, da lassù, probabilmente sorride.
Mi chiedo spesso dove giochi ora, fratello mio.
E una notte, in sogno, un angioletto mi ha risposto:
“Non piangere, Gambe di sedano.
Tuo fratellone è stato convocato nella Nazionale Celeste.
Mancava un mancino buono e generoso come lui.”
Da allora, quando guardo il cielo sopra Verona, mi piace immaginarlo lì, con il suo sinistro di fuoco, a calciare tra le nuvole.
Senza più fango, senza più panchine, senza più dolore.
Solo luce, solo libertà.
E ogni tanto, in certe sere d’autunno, mi pare ancora di vedere quel pallone risalire la collina di San Zeno, come allora, nel ’83, quando papà alzava l’ombrello al cielo e io, piccolo e tremante, non capivo che quel tiro, più che un gol, era già un saluto.



