Facce da spogliatoio
ADELINO PERBELLINI, IL “GRAN PATRIARCA” DI BORGO SAN PANCRAZIO

Classe 1933 – nato il 3 giugno – Adelino Perbellini è una delle ultime figure davvero simboliche del calcio veronese, in particolare di quello respirato e vissuto a Porto San Pancrazio.
È bastato entrare nell’impianto sportivo di via Asiago, domenica 23 novembre, per ritrovarlo lì: seduto sulla panchina accanto all’ingresso, tra la biglietteria e il bar, mentre il Porto affrontava il Povegliano nella 11ª giornata del girone B di Seconda categoria.
«Sono il primo ad arrivare al campo» racconta con orgoglio il dirigente “eterno” dei gatti biancoviola «e l’ultimo ad andarmene, dopo essermi assicurato che gli spogliatoi siano in ordine, che nessuno abbia dimenticato nulla, che tutte le luci siano spente e che rubinetti e docce siano chiusi».
Parole semplici, che spiegano meglio di qualsiasi curriculum una vita spesa per il suo quartiere.
Perbellini è schietto, diretto: «Questo calcio non mi appartiene più. Non c’è più spirito di adattamento, di corpo, di maglia. Una volta, da ragazzi, si aspettava che un compagno si stancasse o si facesse male per poter indossare le sue scarpe ancora calde di sudore». Sorride, con nostalgia.
E i dribbling non erano solo contro gli avversari: «Erano contro i sassi alti così» dice alzando il braccio «quando si giocava al Forte Garofolo, per strada, andando verso Palazzina».
Con la stessa fiera energia, Adelino racconta la sua vita da agricoltore: «Ho munto un centinaio di vacche al giorno fino a pochi anni fa, vicino all’argine dell’Adige e al Lazzaretto di Michele Sammicheli. Non mi sono mai vergognato del mio lavoro: non era lavoro, era passione».
Oggi la sua missione è un’altra: «Permettere a una settantina di ragazzi del vivaio e a una quarantina di giocatori, tra Prima squadra e Amatori, di giocare a calcio qui».
Qual è stata la delusione più grande? «La retrocessione dell’anno scorso. La squadra c’era, ma mancava il gruppo. È lo spogliatoio che fa la differenza: puoi avere i giocatori migliori, ma senza coesione non vai da nessuna parte».
E il sogno? «Uno come me, che il 3 giugno dell’anno prossimo supererà la… tombola da tre anni, che sogni vuole avere? Tornare in Prima categoria».
La memoria storica del calcio in questo angolo di Verona è davvero lui. L’AC Porto San Pancrazio nacque nel 1976 con colori gialloverdi a righe verticali. «Il campo di via Asiago» racconta Fabio Dal Dosso, classe 1959, oggi pensionato ed ex imprenditore «fu costruito nello stesso anno, dopo che per qualche stagione dovemmo giocare addirittura ad Arcole».
Nel 1988 nacque la squadra che avrebbe partecipato al campionato Under 23 della domenica mattina, una sorta di alternativa giovanile alla Terza categoria: «Io e Giampaolo Menegazzi eravamo il tandem tecnico» continua Dal Dosso «e arrivò subito il trionfo con la promozione in Seconda categoria».
Fu un momento chiave: mentre l’AC Porto si avviava al tramonto, la neonata Borgo San Pancrazio – con la Polisportiva impegnata in tennis tavolo, ciclismo e settore giovanile – assorbì la società in difficoltà, diventandone l’erede naturale.
Tra i dirigenti storici merita un posto speciale anche Virgilio Moscardo. Ma scegliere significa inevitabilmente dimenticare qualcuno, e sarebbe ingiusto non ricordare le tante persone che, animate solo dalla passione, hanno dedicato ore infinite a questa piccola grande comunità sportiva.
Da qui sono passati giocatori importanti come Davide Bolognesi (Torino e Olbia), il bomber Andrea Pellicari, classe 1963, nipote di Giulio — figura storica dell’Hellas Verona — e i fratelli Nicola e Andrea Corrent, il cui padre vive proprio dietro l’impianto sportivo.
Oggi, più che mai, questo mondo porta il nome di Adelino Perbellini: custode, memoria, anima del Borgo. Uno di quei personaggi che sembrano appartenere a un’altra epoca, ma che rendono ancora vivo lo spirito autentico del calcio di quartiere.



