Facce da spogliatoio
BEPO MARANI, VOLI E PARATE CON I BAFFI

Tutta la sua vita calcistica l’ha trascorsa davanti a una linea bianca, più o meno visibile a seconda delle stagioni. Con lui, “guardiano dei pali”, quella linea diventava una cerniera invalicabile.
Stiamo parlando di Giuseppe — “Bepo” per tutti — Marani, classe 1951, portiere insuperabile da dilettante e poi istruttore, maestro di saracinesche una volta appesi i guantoni al fatidico chiodo.
“Mi definisco un portiere acrobatico,” racconta. “Fin da piccolo mi esercitavo a volare per afferrare la sfera di cuoio. Cercavo di nobilitare la categoria degli estremi difensori, che a fine allenamento erano messi là come Barabba crocifisso, a subire le pallonate dei compagni. Per fortuna oggi le cose sono cambiate: la figura del portiere non è più marginale ma centrale, partecipa alla manovra e sa giocare con i piedi.”
Tutta la vita sportiva con la giubba del San Martino: “Mi ricordo che al Vecchio Bentegodi, da Allievo, presi una cinquina dall’Hellas Verona. Ma non mi scoraggiai: quella manita fu uno schiaffo che mi diede la carica. Il portiere, se non ha coraggio, è meglio che stia a casa!”
Per Marani, ex ferroviere, il portiere è il primo difensore e anche il primo attaccante: “In una partita ci sono tre uomini soli: i due portieri e l’arbitro. Devi combattere la solitudine tra i pali mantenendo alta la concentrazione, amando il profumo dell’erba tagliata e anche gli schizzi di fango che ti inzaccherano volto e divisa.”
Dopo la parentesi sanmartinese, culminata con la promozione in Interregionale dopo i rigori vinti contro il Donada, al neutro di Mira, “El Bepo” passò al Vago, conquistando subito la Seconda categoria.
“La mia bestia nera? Adriano Manservigi,” sorride. “Sembrava dormisse in area, poi te la cacciava dietro le spalle. Un centravanti con schettini bollenti come un treno su una piastra di ghiaccio.”
E allora gli chiedi: quali doti deve avere un portiere, e chi è chiamato a costruirlo?
“La qualità fondamentale è il sacrificio, per sé e per i compagni. Il portiere sa di ricoprire un’enorme responsabilità: deve avere antenne sempre accese. Campioni si nasce, ma portieri si diventa con umiltà e passione. Ci vuole anche un briciolo di pazzia: sono kamikaze che arrivano dove gli altri non osano mettere i piedi.”
Poi aggiunge, con quella saggezza ruvida che profuma di spogliatoio:
“Solo lui, il portiere, deve arrivare sulla palla servendosi di esercizi sensoriali, allungando i polpastrelli verso la sfera come verso la prima ragazza che baci.”
Per “El Bepo”, quella ragazza era Fiorella Saorìn, il suo grande amore, da poco scomparsa.
Il coraggio, dice, è la chiave di tutto. “Il mio volo tra le gambe degli avversari è sempre stato frutto del coraggio. Come diceva Manzoni: o ce l’hai o non ce l’hai.”
Tra i suoi idoli cita Zoff, Tacconi, Buffon. “Tra i dilettanti, invece, Stefano Meneghini, il migliore che ho preparato; Gabriele Gambini, meno acrobatico ma sicuro; Vinicio Visioli, ex Bassano e San Martino, poi vice di De Biasi a Brescia.”
E conclude con un sorriso che sa di fatica e poesia:
“Quello del portiere è il ruolo più entusiasmante che esiste nel fubàl: delicato, pieno di responsabilità. Difendere la porta, proteggere la squadra, blindare fino al centesimo minuto una vittoria.”
La sua parata più bella? “Tirare fuori dai miei allievi il meglio di loro stessi. Far emergere quello che Madre Natura aveva dato loro, ma che non sapevano di possedere. Trasmettere agli altri ciò che avrei voluto avere io.”
Un’altra grande parata, questa, con i baffi — proprio quelli con cui ha voluto incorniciare la bocca una volta partito per la naja.
E anche — diciamocelo — per nascondere, davanti ai marpioni d’area di rigore, la sua giovane età. Quei baffi, forse, servivano a incutere un pizzico di soggezione, quel tanto che basta per sembrare più grande, più esperto.
Come a dire: tra i pali, il ragazzo che vola ha imparato presto che il coraggio, prima ancora dei guantoni, è l’unico vero segreto di un portiere.



