Il nocino della buonanotte

Andrea Nocini • 18 settembre 2025

Dal Bussè a Superga: memorie e passioni di un calcio che non torna più 

L’occasione nasce dalla passione per i libri, incommensurabile quando si tratta di quelli che raccontano il “fubal” della nostra provincia veronese, così ricca di storia e tradizioni. Da tempo inseguivamo “Il portiere, un uomo solo. Rose e spine nel gioco come nella vita”, scritto da Paolo Rigobello: portiere del Legnago Salus, poi medico chirurgo a Badia Polesine, dopo una lunga carriera in Medicina d’Urgenza e Pronto Soccorso.

Il suo racconto è un susseguirsi di ricordi, duelli con il passato che scintillano come lame incrociate, con lo sfondo del basso Adige che brilla di gloria e malinconia. Rigobello, uscito dai “Filippin” di Paderno del Grappa – lo stesso collegio che vide tra i suoi studenti anche Vittorio Sgarbi – rievoca un cammino fatto di parate e scelte di vita.

“Mio padre gestiva una farmacia a Badia”, racconta il medico-gentleman, oggi ottantunenne, ancora dallo sguardo limpido. “Fin dal primo contatto con la palla ho desiderato fare il portiere. Di solito il ruolo toccava al più in carne o al meno atletico, ma io lo volevo davvero. Il collegio mi permise di giocare tanto, a discapito dello studio”.

A insegnargli a tuffarsi fu Gigi Agnolin, futuro arbitro internazionale, che allora impartiva lezioni di nuoto. “Grazie a lui imparai a distendermi in volo, pronto ai tornei estivi notturni che fungevano da provini. Fu lì che Pino De Marchi, ex mediano del Padova e mister del Legnago, mi notò e mi portò in biancazzurro”.

Il debutto arrivò in Prima categoria contro il Peschiera, e da allora Rigobello rimase a difendere i pali fino al 1969, arrivando anche a una storica semifinale di Coppa Italia Dilettanti. In panchina c’era Diego Fanin, elegante con il suo soprabito color ghiaccio. Al “Flaminio” di Roma, però, l’Almas vinse di misura, spegnendo i sogni del Legnago.

Una parentesi la visse anche a Grignano Polesine, attratto dall’offerta economica del patron Suriani, commerciante d’aglio con gli Stati Uniti. “Ero studente universitario, i soldi servivano. Accettai, pur scendendo di categoria”.

Accanto a lui, un altro cuore legnaghese: il centravanti mancino Paolo Cavattoni, nato nel 1941. Figlio di ristoratori, costretto a prendere in mano la cucina dopo la morte prematura del padre, crebbe tra spaghetti alla carbonara e tartufi serviti ai clienti. “A dieci anni aiutavo mamma Lisetta, ma non smisi mai di coltivare il sogno del calcio”.

I primi passi li mosse nel Salus, ancora separato dal Legnago. A tredici anni giocava già fuori quota, pronto a interpretare da fuorilegge il ruolo di ala sinistra. Il suo mentore fu l’avvocato France Salvatore, con cui ancor oggi divide tavolate e ricordi.

“El Cava” ricordava le prime sfide contro le giovanili della Virtus Vigo, dove difendeva la porta un giovanissimo Mario Da Pozzo, destinato all’Inter di Angelo Moratti. Da lì al Legnago Salus il passo fu breve: con i suoi gol contribuì alla scalata dalla Promozione alla Quarta Serie, lasciando un segno indelebile con 31 reti.

Un sogno sfiorato lo portò anche all’Hellas Verona: mister Guido Tavellin lo fece debuttare in Serie B al Sant’Elia di Cagliari, dove firmò il gol gialloblù. Ma il destino gli riservò una scivolata fatale: un compagno gli lesionò menisco e legamento. Nonostante l’operazione, non tornò più lo stesso. “Ancora oggi ne porto i segni – confessa – ma la mia carriera resta intensa, breve e bellissima”.

A ricordargli la ciliegina sulla torta è l’amico Rigobello: la convocazione nella Nazionale Dilettanti, con una sfida indimenticabile contro l’Austria.

Attorno al tavolo, tra piatti fumanti da “Gigi”, sede storica di convivialità, si unisce anche l’avvocato France Salvatore, classe 1939, anima instancabile del calcio legnaghese. Chirurgico nei ricordi quanto nel dribbling, ripercorre la sua passione granata nata da bambino, quando vide all’opera il Torino di Valentino Mazzola, poco prima della tragedia di Superga. Da allora il Toro fu la sua squadra del cuore.

Salvatore fu protagonista della fusione tra Legnago e Salus, promuovendo quel matrimonio che diede vita a un’unica realtà più solida. Nella sua formazione ideale sfilano nomi come Cordioli, Volpe, Facchin, Favalli e De Marchi. Ma anche campioni passati come Dino Da Costa, che a 53 anni gli mostrò ancora colpi straordinari.

Ricorda con affetto bomber come Michelazzi, Mezzacasa e Fraccaro, ma anche l’affare De Battisti, passato dal Bovolone al Legnago per poi militare in C. E ancora i mister che hanno lasciato un segno: Tony Scabin per il suo carisma, Mario Maraschi per la carriera da giocatore, Ezio Rossi per la grandezza come allenatore.

Non mancano i rimpianti: come l’occasione mancata con Christian Soave, oggi tecnico del Caldiero, allora giovane promessa della Serie D. “Riuscii solo a prendere Intrabartolo, altro bomber prolifico – ammette – ma Soave era il vero sogno”.

Aneddoti scorrono veloci: mister ribelli come Giuliano Spadini, promesse mai sbocciate, dimissioni improvvise e ritorni tardivi. “Ricordo ancora – confida – quando, anni dopo, Spadini venne da me a confessare il suo pentimento per aver dato retta a cattivi consiglieri. Una decisione che gli costò la carriera”.

E non manca l’orgoglio paterno: “Devo spezzare una lancia per mio figlio Paolino, che seppe portare gli Juniores Nazionali fino alla finale di Lugo di Romagna, persa solo contro il Fano. Un’impresa memorabile in tempi difficili”.

Così, tra calici di Lambrusco e bigoli al ragù, tre uomini raccontano una vita intrecciata al pallone, fatta di gioie, ferite, sogni e amicizie. Rigobello, Cavattoni e Salvatore: tre storie diverse, ma unite dall’anima di un calcio autentico, quello che sapeva accendere le piazze e restare nei cuori.





Andrea Nocini




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