Il nocino della buonanotte

Andrea Nocini • 2 ottobre 2025

Doriano, nipote dell'ultimo "pescatore del Delta" dal cuore buono e con tanto... fegato


Laggiù, dove gli aironi compiono il lungo volo tra l’Adige e il Po, esiste Scardovari. Con la sua sacca, i canneti e i martin pescatori dai colori sgargianti, è da sempre un’oasi paradisiaca, custode di flora e di uccelli ormai rari. Un mondo che sta scomparendo, proprio come i “pescatori del Delta” di Porto Tolle, Taglio di Po e della microfrazione di Bonelli, a un tiro di schioppo da Scardovari.

È qui che affondano le radici di Doriano Greguoldo, classe 1950, nipote dell’ultimo pescatore del Delta. Da più di mezzo secolo vive a Cà degli Oppi, dove si mise in mostra come portiere nel “fubàl” e successivamente guidò la squadra amatori locale.

«Mio nonno Nino» ricorda Doriano «possedeva una barchetta e aiutava i cacciatori a recuperare le anatre abbattute. Ma la sua vera gioia era alzare le reti piene di anguille, sarde e altri pesci che finivano sui tavoli dei ristoranti di Bonelli, Scardovari e Porto Tolle».

Il padre, Leonildo, invece, faceva il contadino. «Stanco di piegare la schiena sulla terra, nel 1957 decise di portare via tutta la famiglia – quattro figli, il nonno Sante e una marea di cugini – e lasciare Bonelli. Partimmo a fine ottobre e impiegammo tre giorni di navigazione lungo il Canal Bianco per raggiungere Monselice. Le provviste finirono subito, ma per noi bambini fu un’avventura indimenticabile».

Era l’epoca delle grandi alluvioni: quella del 1951, disastrosa, provocò oltre cento morti e costrinse quasi 200.000 persone ad abbandonare il Delta. Poi arrivò quella del 1956, che costrinse famiglie intere a rifugiarsi ai piani alti delle case, mentre i campi e le golene si trasformavano in un mare in tempesta. «Io ricordo papà che mi sollevava dalla barca per farmi entrare dalla finestra al secondo piano, perché il primo era sott’acqua. Per noi bambini, nonostante tutto, era una festa, grazie all’abbraccio caloroso dei genitori».

Molti partirono per Milano, Torino e Genova, trovando lavoro alla Fiat, al porto o nelle industrie in crescita. Ma Doriano e i suoi fratelli rimasero: «Eravamo troppo piccoli per emigrare. Così, mentre il Delta si svuotava, noi abbiamo conservato quel mondo di fango, acqua e libertà».

Oggi Doriano è un giovanotto di 75 primavere. Dietro gli occhiali leggeri brillano due occhi azzurrini, guizzanti come le anguille che da cuoco dilettante ama cucinare. «Vivo da dieci anni con un fegato nuovo. Ogni giorno lo assaporo come un piatto di spaghetti allo scoglio o come le sarde in saor: è una cambiale che stacco alla vita».

Il suo secondo tempo iniziò il 17 maggio 2016, martedì mattina, quando subì un trapianto di fegato a Borgo Trento. Nei giorni precedenti aveva condiviso la stanza con un paziente più giovane, che confessò di non volere più vivere: «Mi disse di voler barattare la sua sorte con la mia, perché aveva sprecato la sua esistenza nei vizi. Io pregavo il rosario alla finestra, lui si unì a me, e la sua benedizione fu l’ultimo gesto prima di morire, senza arrivare al trapianto. Una croce accanto alla mia».

Dopo l’operazione, Doriano visse un’altra esperienza intensa. In ospedale, attirato dalle urla di una paziente terminale, entrò nella sua stanza e, accarezzandole la nuca divorata dal tumore, riuscì a donarle pace. «Più della morfina. Quella sera mi resi conto che Dio mi aveva dato non solo un fegato nuovo, ma una missione: stare accanto a chi soffre».

Da allora non ha mai smesso di aiutare il prossimo, impegnandosi nel volontariato. Vive per la moglie Fernanda, carabiniera in gonnella, per la figlia Lara, per il compagno di lei, Daniele, e soprattutto per l’adorato nipote Pietro, classe 2008, attaccante promettente della Bassa veronese. «Peccato che non faccia il portiere come me! Altrimenti chissà quanti consigli gli avrei dato».

Il legame con il Delta resta fortissimo. «Di sarde ce n’erano a balù: per noi erano il pane bianco della domenica, mentre il pane nero era quello dei poveri durante la settimana. Oggi invece il saor è un piatto da ricchi». Ricorda l’Adige e il Po come «fiumi-cigni, capaci però di trasformarsi in assassini», e gli sembra di sentire ancora l’odore di fango nelle case alluvionate.

Non a caso ha promesso di tornare presto a Scardovari. Con un amico trapiantato, consumerà un pranzo alla Locanda dalla Renata: anguille, bigatti, sarde in saor e un bicchiere di Rabosello rugginoso, vino vivace e chiacchierone.

E lì, tra i canneti e le memorie d’infanzia, Doriano brinderà ancora alla vita. Con gli occhi celesti e acquosi, limpidi come il buon Rabosello. Con il fegato d’acciaio che lo tiene in piedi e il cuore d’oro che lo guida ogni giorno.



Andrea Nocini


Aggiungi la tua...Noce

Condividi articolo

Scopri gli articoli può recenti

Autore: Andrea Nocini 8 gennaio 2026
Domenica 11 gennaio 2026 ricominciano i campionati dilettantistici.
Autore: Andrea Nocini 7 gennaio 2026
SINIBALDO NOCINI, IL "PRESIDENTE DEL BORGOROSSO FOOTBALL CLUB", VERSIONE VERONESE
Autore: Andrea Nocini 22 dicembre 2025
CALCIO MOZZECANE – MONTORIO FC: 0-0 ECCELLENZA VENETO – GIRONE A