Il nocino della buonanotte
QUELLA VOLTA CHE DEBUTTAI (CON LA BIC) IN 1ª CATEGORIA AL “MARIO GAVAGNIN”

In quei ruggenti anni Settanta, “Il Nuovo Adige”, il quotidiano sportivo del lunedì che sostituiva “L’Arena” solo per quel giorno, cercava un corrispondente per la cronaca sportiva domenicale. L’U.S. Virtus, in continua ascesa, richiamava l’attenzione dei giornali in un’epoca in cui si ballava nelle taverne tra vinili da 45 e 90 giri. Erano gli anni di Baglioni e del suo “Questo piccolo grande amore”, di Cocciante con “Margherita”, di Bennato con “Il gatto e la volpe”. Le nostre mattinate da studenti scorrevano sulle note di “Notte prima degli esami”, mentre De André toccava il vertice con “Rimmel”, album al quale collaborò anche Massimo Bubola, figlio del mio maestro Ottorino, alle Giosuè Carducci in via Betteloni.
Si viaggiava sul Ciao della Piaggio: chi aveva radici borghesi indossava loden e mocassini; chi viveva il lato opposto della città sceglieva scarpe di tela e l’eschimo. Intuito che la scala del professionismo calcistico si faceva ripida, dopo aver allenato i Pulcini B e gli Esordienti B della Virtus, chiusi in bellezza con una vittoria sul Pindemonte, mi rimanevano due strade: arbitrare o diventare cronista. Optai per la meno dolorosa, la più affine agli studi classici dell’Istituto alle Stimate, dove già alle Medie il Latino era un obbligo.
La mia occasione arrivò grazie a Renzo Beltrame, classe 1955, il più colto del gruppo che frequentava il bar Gustavo della famiglia Fontana: in testa lo juventino Silvano, avversario eterno del milanista Enzo, padre di Renzo. Anche Fabio, il fratello minore, era rossonero, e il suo dribbling ubriacante ispirò uno dei miei primi soprannomi: lo chiamai “Moviola”, per le serpentine che parevano slalom di sci.
Fare il cronista mi regalava un filo di celebrità il lunedì mattina, un piatto di lenticchie come compenso e l’occasione di esercitare l’italiano, sporgendomi oltre le Odi del Carducci e gli Inni del Leopardi per infilare qualche volo pindarico nelle mie cronache, nonostante lo spazio sempre dominato dalla pubblicità.
Nell’estate del 1977 la Virtus militava in Prima Categoria. “L’Arena” chiese alla società di indicare un collaboratore fisso per le partite del “Mario Gavagnin” di via Montorio. La scelta iniziale ricadde su Enzo Beltrame, enciclopedico e brillante, fresco futuro architetto del Bo di Venezia. Ma la sua esperienza durò poco: galeotto fu l’amore per Laura Caiani, figlia del titolare dell’azienda di trasporti proprio davanti al Gavagnin.
Un giorno, uscendo dal Cinema Aurora dopo un film con la maraia, Renzo mi avvicinò: voleva passare il pomeriggio con la sua bella e mi chiese di sostituirlo. Gli risposi un sì tremolante: non era da tutti commentare una partita su un quotidiano locale e vedere il proprio nome in calce all’articolo.
Il Generale Inverno non aveva ancora fatto sentire i suoi passi, e non ricordo più l’avversario della Virtus quel giorno. Ma ricordo me stesso, armato della classica agenda bancaria e della mia Bic blu, sostituita negli anni successivi da una matita antigelo per evitare che l’inchiostro macchiasse la camicia. Finita la partita, correvo a casa a battere il pezzo sulla Olivetti Lettera 22, poi dettavo tutto al telefono fisso di famiglia (045-526061) ai dimafonisti de “L’Arena”, in ZAI a San Martino Buon Albergo.
La notte precedente l’avevo passata sveglio come un grillo: tra lo studio delle materie del lunedì e l’ansia per compiti, interrogazioni e temi di Latino o Greco da affrontare sotto lo sguardo del temuto don Gaudenzi, detto “El Metro”, o del gesuita Regolo Bresciani, preside del Liceo Cotta. Erano vere notti “prima degli esami”, alla Venditti, ma anche notti d’attesa per vedere come il mio pezzo sarebbe apparso in pagina.
Passavo le ore in trepidazione davanti all’edicola-tabaccheria di via Paolo Caliari, gestita da Beppino Lutterotti, trentino, mai sposato, con il tinello che profumava di verze bollite. Testa alla marine, indole burbero-buona, scalava montagne di quotidiani pur di recuperare le 100 o 200 lire del giornale. Per me, la vera vittoria era vedere intatta la mia firma: spesso i richiami ai classici studiati al Liceo venivano tagliati per mancanza di spazio, e al posto del nome venivano apposte solo le iniziali A.N., le stesse dell’amico maturo Aldo Navarro, principe inviato da Legnago.
Eppure, quel debutto con la Bic in mano, al Gavagnin, fu l’inizio di un amore infinito per la cronaca sportiva. Un amore che, ancora oggi, profuma di inchiostro fresco e di quelle mattine di provincia che cercavano di farsi valere nel mondo.



