Il nocino della buonanotte
L’arbitro, il silenzio e il rispetto

C’è un momento, in ogni partita di paese, in cui il campo tace.
Non per un gol, non per un fallo.
Ma perché l’arbitro fischia.
Quel suono – acuto, breve, tagliente – è la linea che separa il gioco dal caos.
È la voce di chi non ha una tifoseria, non segna, non esulta.
Eppure senza di lui, o di lei,
non esisterebbe il calcio.
Nel dilettantismo, dove il pallone corre tra erba spelacchiata e spogliatoi che odorano di canfora, l’arbitro è spesso solo.
Arriva in macchina, si cambia in una stanza piccola, controlla le reti e si prepara a farsi insultare da chi, mezz’ora prima, gli aveva stretto la mano.
È la parte meno romantica del gioco, e forse per questo la più vera.
Rispetto.
Una parola dimenticata quando si entra in campo con il cuore troppo acceso.
Ma è proprio lì che dovrebbe risuonare più forte.
Perché quel ragazzo o quella donna in giacchetta nera non è il “nemico” — è
il guardiano del gioco.
Il garante di quella cosa fragile e bellissima che chiamiamo lealtà sportiva.
Senza la terna arbitrale, non si giocherebbe neppure un minuto.
Eppure continuiamo a trattarla come un bersaglio.
Dimenticando che l’arbitro è il primo ad amare il calcio: lo vive ogni domenica, con il coraggio di restare neutrale dove tutti scelgono una parte.
Forse la vera educazione calcistica non nasce dai moduli o dalle vittorie,
ma dal saper
accettare una decisione.
Dal guardare l’arbitro negli occhi e dire: “Grazie, anche oggi hai permesso di giocare”.
E così, mentre la notte scende sul campo vuoto e le linee bianche svaniscono,
resta un pensiero semplice:
il calcio non è un duello, ma un patto.
E chi lo fischia, lo custodisce.



