Il nocino della buonanotte
La recita della domenica

È domenica pomeriggio.
Il campo è quello di sempre, un rettangolo di terra e erba spelacchiata ai margini del paese.
I cartelloni pubblicitari sono storti, qualcuno scricchiola al vento, e in tribuna c’è quell’odore misto di panino e gasolio che sa di provincia e nostalgia.
La partita comincia piano.
Poi, dopo cinque minuti, succede quello che ormai succede sempre: un contrasto leggero, quasi un abbraccio.
E il primo urlo squarcia l’aria.
Un ragazzo si getta a terra con le mani sul volto, come se avesse preso una gomitata invisibile.
Gli altri si fermano, l’arbitro fischia, le panchine urlano.
Passano trenta secondi e il gioco si spegne.
Non per un infortunio, non per una rissa.
Ma per
niente.
È la nuova epidemia del calcio dilettantistico:
quella di gridare anche quando non serve, di simulare per ottenere qualcosa che non si è guadagnato, di mettere le mani in faccia come nei teatri, di credere che il dramma valga più del gesto tecnico.
Eppure, basterebbe guardarli negli occhi quei giocatori per capire che non sono cattivi.
Sono solo
figli del calcio che vedono in TV, dove l’urlo è parte della coreografia, e l’inganno fa parte del mestiere.
Ma il dilettantismo non dovrebbe essere mestiere.
Dovrebbe essere
memoria: dei campi di periferia, dei calzoncini troppo larghi, delle strette di mano vere e delle pacche sulla schiena dopo un contrasto duro.
Dovrebbe insegnare, non imitare.
Dovrebbe essere il calcio che educa, non quello che copia.
L’arbitro, nel frattempo, resta solo.
Ogni volta deve decidere tra giustizia e quiete, tra la verità che ha visto e quella che gli recitano davanti.
Si ritrova in mezzo a una recita che non ha scelto, mentre il pallone rotola lontano, disorientato come lui.
Ci sono momenti, a bordo campo, in cui si sente tutto: le scarpe che strisciano, il respiro affannato,
e quel “aaaaah!” che arriva un secondo dopo il contatto, preparato, falso, esasperato.
È lì che il calcio muore, un po’.
Muore nella menzogna, nel gesto studiato, nel voler vincere anche a costo di perdere la dignità.
E allora, forse, è tempo di tornare a un’altra musica.
Quella delle parole dette piano, dei falli riconosciuti, dei sorrisi dopo un contrasto.
Di un “mi dispiace” sussurrato invece di una protesta gridata.
Perché il calcio dilettantistico — quello vero — ha ancora il potere di cambiare le cose.
Ha il privilegio di mostrare un esempio diverso, di dire al mondo che non serve urlare per farsi sentire.
Che si può giocare forte, duramente, con anima e rispetto, senza diventare attori.
I professionisti dovrebbero guardarlo, quel calcio.
Quello che non ha bisogno di VAR né di replay.
Quello che sa ancora dire “scusa” e “grazie”.
Perché il pallone, in fondo, non mente mai.
Rotola dove c’è verità.
E la verità, nel calcio come nella vita, non urla:
respira.



