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Marcellino Pesenato, imprendibile ala destra virtussina e presidente della Polisportiva borgo-veneziana
Una figura che ha giocato il doppio ruolo virtussino, quello da giocatore come sfuggente ala destra e dribblomane che faceva innervosire il suo mister degli Allievi, "El Cile", al secolo Roberto Bonente, bancario con la passione dei libri (una laurea in Lettere) e poi presidente della seconda maggiore realtà calcistica del sodalizio borgo-veneziano, la Polisportiva, è Marcellino Pesenato, classe 1956, brillante broker assicurativo.
"Mi ha raccolto "El Cile" racconta il professionista "mentre giocavo a calcio in viale Spolverini, quello che porta alle Officine Grafiche Mondadori. E, le sfide più memorabili, soprattutto in estate con la montagnetta a far da rudimentali e scomodi spalti, si consumavano epicamente sul campo a 7, sterrato, del "Luigi Piccoli", per noi ragazzini il "Maracanà", tempio dei sogni che cullavamo".
Con Marcellino, anche il gruppo dei nati nel 1955-56-57, tra cui il portiere stratosferico, l'ing. Giorgio Zanoni, il mediano Walter Ronconi, l'aletta mancina Roberto Zurischi, Mauro Spada, Gaetano Fraccaroli e Luciano Ballini. Il "Gigi Piccoli" costruiva per noi poco più che bambini una sorta di Coppa del Mondo, perché di solito le nostre scorribande si consumavano nel campetto a fianco del Cimitero ebraico, davanti al sito di rottamazione del burbero benefico confinante il nostro fazzoletto di terra, "El mitico Balini"; che ogni tanto raccoglieva i nostri palloni che finivano nel suo circuito lavorativo e uomo che soleva portare via il ferro che molti di lui portavamo a lui per permetterci di indossare un'unica muta di maglie di lana a bande rosso e blu, e che doveva durare una stagione intera. A bordo del suo motocarro, oltre alla ferramenta arrugginita, portava anche i nostri palloni di plastica tagliati come angurie.
Ma, quelle eccitate leve erano costrette, più adulte, ad emigrare sul campo dei bianco-neri di Palù, oppure a Mizzole. Si giocava a calcio nella centrale Piazza Libero Vinco da quando aveva suonato la campanella della scuola fino alle 18.00, per riversarci al campetto degli Ebrei, con al posto dei riflettori le auto e moto con i fari accesi che proiettavano, come una macchina da cinema, chiarore".
Poi, la breve ed amara parentesi nei giovani dell'Hellas Verona, con annuncio portato a casa dei genitori, il padre Lino, dall'allora vice-presidente Renzo Passuello, la cui bottega di vestiti puntualmente, ogni lunedì mattina e pomeriggio si riempiva di giocatori, dirigenti e commenti: una sorta di "Lunedì sportivo virtussino".
"Anni dopo" continua Pesenato "torno a rimettere piede sul nuovo impianto, intitolato e sfornato nel gennaio 1970 dall'allora sindaco Renato Gozzi. E, ritorno, rivestendo la carica di presidente della Pol. Virtus, in Promozione, la seconda migliore realtà della Virtus di Gigi Fresco, dal quale ho apprezzato la sua grande passione e quella testarda, infaticabile forza che ha dato continuità di vita a tutto il sodalizio lasciato a Gigi da chi l'aveva preceduto, ossia il dottor Sinibaldo Nocini. Che era il mio medico di famiglia e presidente per un buon decennio dell'U.S. Virtus, uscita dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale".
Che aneddoti rispolveri con "el dotor" e con il suo primo genito, Pierfrancesco?
"Con Pier, ho giocato una-due stagioni: non era né uno scartino, nè un talento. Diciamo che se la cavicchiava dalla metà del centrocampo in su, ma "El Pier" era rapito dalla passione - condivisa per una stagione con il cantautore borgo-veneziano Massimo Bubola - per la chitarre e le sfavillanti e roboanti motociclette".
"Tutta un'altra cosa, invece, il rapporto con Sinibaldo: era il Presidentissimo per tutti noi, il padre benevolo che cercava sempre di costruire ponti e di abbattere muri. Una volta, subii per espulsione, avvenuta - ricordo ancora bene adesso! - sul campo del Porta Nuova dell'allora mister, l'ex Hellas Verona Franco Frasi, agente di commercio del buon caffé Paulista, espulsione causata da un ceffone mollato a chi continuamente mi strattonava per non lasciarmi dribblare e per cercare di placcarmi nelle mie fughe sul corridoio di destra, ebbene, subii ben 7 domeniche di squalifica, quasi due mesi! Difficili da farli passare, come immaginate. Ricordo che mio padre Lino, da quell'episodio di cui mi ero macchiato non volle più venirmi a vedere. Sinibaldo fu, invece, più mite, sì, come quella volta, esattamente a Quinto di Valpantena, contro le superquotate Officine Bra del rag. Mario Nicoletti, sul campo, quello delimitato a Est dal ricovero di maiali allevati da Ballini, mister Claudio Bortolomeazzi, detto "El Borto", dopo aver letto la formazione titolare, impiegò Pierfrancesco Nocini, chiedendo al sottoscritto e a Giorgio Moreschi di fare pari e dispari per guadagnare l'ultima maglia rimasta da titolare. E, io e Giorgio optammo per lo sciopero..., abbandonando lo spogliatoio e recandosi a casa. Il giorno dopo, nel suo ambulatorio in via Turchi, "El dotòr", contrariamente a quanto sospettavamo, ci ha convocati nel suo studio, ma non ci rimbrottò, se non con il farci capire che la nostra preziosa assenza aveva messo in difficoltà tutta la truppa rosso-blu, sconfitta in maniera sonora. Sinibaldo, in quella sequenza storica, non ha fatto il presidente dai modi bruschi, ma il papà dalla evangelica versione "Figlioli prodighi"".
Mai rigorista, Marcellino: "Era Zurischi lo specialista della squadra. Sognavo di ricalcare le orme del grandissimo Zigo-gol, Gianfranco Zigoni, il dribblomane che aveva lasciato, 16eene con scudetto cucito sul petto, la Juventus, per poi passare all'Hellas Verona e militando anche nella Roma e nel Brescia. Oggi, di idoli, di miti non è ho perché il calcio è talmente artefatto da non riconoscermi più in lui: non esistono più le "bandiere", nemmeno i "fedelissimi", tutto è cambiato! Non esistono più presidenti a 360 gradi, né mister, né giocatori veri, come lo è stato per alcune generazioni di giovani del quartiere-laboratorio di Borgo Venezia, il nostro dottor Sinibaldo Nocini, il nostro ancora adesso amato Presidentissimo. Perché era sempre disponibile e i problemi, anche quelli extrafamiliari dei suoi ragazzi, lo coinvolgevano emotivamente".
Andrea Nocini



