LUIGI BUCHI (AC SAN ZENO VR)
"I CONTI MI DEVONO TORNARE ANCHE NEL CALCIO!"

La colonna sonora di tutta la sua vita è stata il calcio. Luigi Buchi, affermato commercialista borgo-veneziano, ha dato i primi calci nella società del suo quartiere, risiedendo pure lui a un passo e mezzo da via Campo Sportivo e, quindi, anche per lui “el fubàl” era una sorta di predestinazione.
«Sì» ricorda il professionista, nato il 16/09/1963, dal 2017 massimo dirigente dell’AC San Zeno Verona del “gran patriarca” Gianfranco Casale, da poco spirato a 85 primavere ma, dallo stesso Luigi, considerato un grande esempio e il suo mentore da quando ha deciso di sedere dietro a una scrivania e prendere in mano il progetto di fertilizzazione-espansione del vivaio sanzenate. «Sì, ho sempre giocato a calcio per il piacere di correre dietro a un pallone, per condividere ore spensierate tra ragazzi della mia età. Il professionismo – intendo dire – non è mai stato un traguardo fisso, un imperativo da raggiungere per il sottoscritto, che doveva ritagliarsi un po’ di tempo libero anche per la ragazza».
«Riconosco io stesso» aggiunge Bucchi «di aver avuto la fortuna di conoscere, oltre al già citato Gianfranco Casale, anche persone – meglio, personaggi – del calibro di mister Giancarlo Apostoli, a Lugagnano, e del dottor Sinibaldo Nocini, mio medico di famiglia, davvero un mostro di bravura nella diagnosi.
Una volta, in fase di crescita, un ginocchio cominciò ad arrossarsi e poi a gonfiarsi: solo dopo avermi prescritto di sottopormi alle analisi, il dottor Sinibaldo si rasserenò sulle mie condizioni, tirando un bel sospiro, perché l’esito aveva scongiurato un brutto carcinoma alle ossa inferiori. Era, per fortuna – come anche lo stesso mio ex presidente aveva immaginato – solamente un calo di sali (epifisi acuta tibiale), da rinforzare con l’aggiunta di alcune bustine di magnesio sciolte nell’acqua per alcune settimane».
La periferia calcistica dove il commercialista preferiva gravitare, muoversi, era l’attacco: «Ho giocato spesso come punta, trequartista: tecnicamente ero abbastanza attrezzato (calciavo indifferentemente con il destro e con il sinistro). Fui segnalato alla Rappresentativa Regionale Allievi da Francesco Pernigo, famoso azzurro di origini veronesi, molto amico di mio padre Vittorio, classe 1929, con un futuro quasi certo nell’Hellas Verona. Lì, facendo coppia nella De Martino gialloblù in attacco con l’ex Torino Guido Tavellin, più grande di età, ebbe la sfortuna di riportare lesioni importanti ai crociati di un ginocchio che lo tennero per sempre lontano dai campi. Mio padre, probabilmente più di me, era vicino al palco dei professionisti. E se la fece passare, continuando a giocare nei dilettanti del Pellizzari, del Minerbe e dell’ACD Cadidavid».
«Attaccati gli scarpini al fatidico chiodo» rammenta l’attuale presidente sanzenate «mio padre guidò, all’inizio degli anni Settanta, la formazione degli Juniores e poi anche la Prima squadra (in 1ª categoria) dell’US Virtus B.V., per poi successivamente dare una mano ad allevare le piccole leve del rione Saval (il Saval Maddalena, poi Maddalena Sona), del presidente avv. Marco Bisagno, legale che operava all’Ufficio Sinistri di una nota compagnia assicurativa. Cosa mi raccomandava mio papà ogni volta, prima di scendere in campo? “Credici un pochino di più, Luigi!”. Ma, personalmente, il fatto di non essere riuscito a fare strada nel calcio non mi ha mai traumatizzato».
Ed ancora: «Puntai tutto a farmi una posizione lavorativa, iniziando a fare pratica nello studio, a Legnago, del rag. Belluzzo, e insegnando in una scuola serale, il “Minerva” a Verona, Ragioneria e Matematica. Feci pratica poi nella ditta di mobili e divani di Zevio, azienda fondata e guidata da Pierino Centomo, presidente dello Zevio, il primo a comprarmi il cartellino. Dopo aver militato nei Regionali dell’AC San Zeno Vr, giocai a Parona, dove ho avuto la grande fortuna di conoscere uno dei bomber più potenti del Veronese, Adriano Manservigi. Assieme a lui, formando la coppia d’attacco dei “biancoverdi all’Adige” paronesi, ho griffato il gol più bello della mia carriera: al “Tiberghien” di San Michele mi aggiusto col tacco un traversone che arrivava da centrocampo sulla trequarti; col giro palla eludo il mio francobollatore e, avendo scorto il portiere un pochino avanti, faccio in tempo a calibrare un preciso pallonetto, con tanto di palla che va ad accarezzare la faccia inferiore della traversa. L’anno dopo – classica del calcio – dov’è che mi ritrovai? Ma sì, nel club degli sconfitti rimasti sbalorditi: l’Audace SME!».
Capocannoniere, il dr. Luigi Bucchi dell’AC San Zeno Vr, nella primavera del 1979, nella mitica “busa”, ora vigilata dal mezzo busto bronzeo di Arrigo Ligabò detto “El Molena”, nel 1° “Memorial” dedicato a un personaggio vulcanico ma molto competente – “El Molena” –, il quale aveva speso la vita alla ricerca dei migliori talenti da offrire al calcio: ok, sanzenate, ma anche veronese.
«Il quadrangolare annoverava tra le sfidanti lo stesso AC San Zeno Verona, il Tubingen, l’Hellas Verona e il Lanerossi Vicenza, arrivato secondo per essere stato battuto ai rigori proprio dalla sua bestia nera helladina. Noi dell’AC San Zeno Vr ci piazzammo al terzo posto, ma quella Coppa di capocannoniere di quella manifestazione, consegnatami da un serenissimo e orgoglioso, anche di me, prof. Sinibaldo Nocini – il mio primo presidente e il mio grande medico di famiglia, capace di guarirmi, quella volta, senza dovermi rivolgere allo specialista e senza farmi soffrire a lungo, io così giovane e inesperto della vita e delle malattie».



