LA RIVINCITA DELLE PICCOLE SOCIETÀ RISPETTO AI GRANDI CLUB
Quando la provincia smette di sognare e inizia a competere davvero

Sto chiudendo gli occhi, ma il pensiero corre a lunedì sera 23 febbraio 2026, quando al “Gavagnìn-Nocini” arriverà il L.R. Vicenza.
Certo, non un evento nuovo, visto che i borgo-veneziani sono in Serie C da qualche stagione, alla pari dei biancorossi lanieri, ma che tuttavia, ogni volta, ti fa pensare a come tali duelli abbiano potuto accadere, visto il divario di curriculum, tradizione e radici storiche tra le due sfidanti.
Ripetiamolo: non è la prima volta che i due club, il nobile decaduto vicentino e quello rampante – anche se oggigiorno un po’ in flessione – virtussino, si affrontano.
Quarant’anni fa un duello del genere non era immaginabile. Anche perché “El Lane” dell’allora tycoon, l’imprenditore agricolo dott. Giussy Farina, papà di Francesco, odierno primo cittadino di Palù Veronese, e di Michele, giovane massimo dirigente dell’Audace SME (allora affiliata al Milan di Gianni Rivera), recentemente scomparso alla venerabile età di 92 anni, aveva messo in piedi – pochi anni prima di impadronirsi del Milan di Ernesto Butticchi, poi passato nelle mani del Berlusca – una sorta di “Atene calcistica del Veneto occidentale”.
Una realtà che viveva del proprio lucore ma irradiava raggi importanti anche sui suoi satelliti territorialmente più vicini: Legnago, Rovigo e il club di San Michele Extra, l’Audace.
E così, oltre che capitale della lana e dell’oro, la cittadina del Palladio si imponeva sulla ribalta come preziosa fucina, serbatoio di talenti in erba. Titolo condiviso con l’Accademia Torino di Sergio Vatta e con la trevigiana “riserva di caccia”, il Montebelluna.
Geograficamente più a sud di queste zolle venete continuava a funzionare la cantera dell’Empoli, fornitrice di “materia prima” alla Viola, alla Pistoiese, al Pisa e anche al Bologna.
Oggi, in Serie C, palpitano sodalizi che una decina d’anni fa nemmeno si conoscevano: Pergolettese, Alcione, Juventus Under 23, Inter 2, Milan Futuro, Renate, Lumezzane, Giana Erminio, Arzignano e altre ancora, partecipanti al girone B.
Espressioni pallonare di società che rappresentano paesotti più che cittadine, frazioni più che comuni, laboriosi borghi più che castelli dal sangue blu e con tanto di nobile araldica (come Novara, Pro Vercelli, Novese di Novi Ligure e Alessandria – e anche Casale – il famoso quanto potente penta-quadrilatero del basso Piemonte degli anni ’20, ’30 e ’40 del Novecento).
Mai si sarebbe pensato, trent’anni addietro, che in quel rettangolo di bosco raso al suolo negli ultimi mesi del 1969 per volere del Comune, guidato dall’allora sindaco avv. Renato Gozzi, democristiano di sinistra, sarebbe sorto un teatro pedatorio con luci sfavillanti, poltrone comode e ribalte accese, intitolato a Mario Gavagnìn, potente esponente DC perito in un tragico incidente automobilistico (dal maggio 2009 co-intitolato a Sinibaldo Nocini, medico che preparò la strada ai trionfi gigifreschiani).
Sono arciconvinto che anche mio fratello Giorgio, ex mancinone virtussino, si sarebbe felicemente ribaltato nella tomba se, durante un giorno di terrestrità, gli avessimo comunicato che da una decina d’anni l’US Virtus B.V. non partecipa più ai tornei dilettantistici, ma a quelli professionistici di Serie C.
E non da ieri sera.
Adesso intendo scomodare dall’eterno sonno il mio generosissimo fratello Giorgio (1960-1989), che il grande Edmondo De Amicis avrebbe paragonato al suo Garrone, per chiedergli di rivivere quella prima fuga condivisa con lui al manubrio della Vespa 150 PX bianca.
Fuga rimproveratissima da mamma Tiziana e da papà Sinibaldo, in direzione stadio “Luigi Menti”, nel cuore pulsante della vicentinità.
Ci aveva attratti la favola del cosiddetto “Real Vicenza” della stagione 1977-78: al vertice il dott. Giussy Giuseppe Farina, in panchina Giovan Battista Fabbri, una sorta di “Invincibile Armata”, arrivata alle spalle (39 punti, alla pari del Torino) della capolista Juventus (44), davanti al Milan (37) e all’Inter (36).
Era “El Lane” ammirato al Menti: Ernesto Galli tra i pali, felino nei suoi incredibili colpi di reni; il settepolmoni Ernesto Faloppa; l’imprendibile ala bionda chiozzotta Franco Cerilli; il mediano-diga Luciano Miani; il centravanti Massimo Briaschi; e soprattutto lui, il centravanti “Mundial” e Pallone d’Oro, Paolo “Pablito” Rossi.
Originario di Prato, classe 1956, tifosissimo dei dribbling del nazionale svedese di Milan e Fiorentina, Kurt Hamrin (Stoccolma 1934 – Firenze 2024).
Già, Pablito. Mandato a processo per il calcio scommesse prima dei Mondiali di Spagna 1982 e poi riscattatosi, lui innocente, a suon di reti: umiltà a grappoli come i suoi gol, sorrisi gioiosi dopo ogni esultanza.
Sempre a braccia levate verso il cielo, in segno di ringraziamento per quanto di divino gli riusciva naturale. E in risposta a quanti hanno sempre creduto nella sua innocenza e nel suo talento limpido e spontaneo.



