La maglia numero 11? Datela a Moreschi!

Andrea Nocini • 4 marzo 2026

L’ala sinistra che fece dell’attesa una scelta, tra periferia, rock e memoria


La numero 11 non era ambita. Non allora. Non in quel calcio di borgata dove tutti volevano essere centravanti, dove il destro era legge e il sinistro un dialetto poco parlato. Così Giorgio Moreschi, classe 1956, nato il 27 giugno, fece una cosa semplice e rivoluzionaria: la chiese.

«Non c’era nessuno che la voleva. O meglio, nessuno che sapesse calciare col sinistro. Io ero destro, ma pur di giocare mi adattavo. E più giocavo, più miglioravo». Non era un bomber, non era un corazziere. Era un uomo di raccordo, uno che cuciva il campo. Col tempo diventò assistman, ala sinistra per necessità e poi per destino.

Fisico asciutto, quasi fragile. Soprannome inevitabile: “El More”. Amava il calcio, sì, ma non solo. C’era la chitarra acustica, c’erano le sonorità dei ’70 e ’80, quelle di Led Zeppelin, Pink Floyd, U2, Deep Purple, The Alan Parsons Project. La scoperta arrivò durante una partita estiva tra amici, su un fazzoletto d’erba rimasto miracolosamente libero in un quartiere che cresceva divorando verde.

Abitava vicino alla chiesa dei frati Barana, in via Colonnello Fincato, la strada che sale verso Bosco Chiesanuova. Nel mondo della Virtus entrò grazie a “El Cile”, Roberto Bonente, figura chiave della U.S. Virtus Borgo Venezia. Un uomo che di talenti ne aveva cresciuti tanti, tra cui Gigi Fresco.

Ma a casa Moreschi firmare un cartellino non era un gesto leggero. Il padre Angiolino, promessa della SPAL, aveva visto il proprio sogno spezzarsi a 19 anni. I nazisti lo portarono via da casa, destinazione Austria, campo di concentramento. Due anni di prigionia. Poi la fuga, rocambolesca: un tram a Praga, una discesa improvvisa, il tuffo nel Danubio gelido, la salvezza cercata a nuoto, il ritorno in Italia con scarpe di cartone. Fantasmi che non lo abbandonarono mai.

Ecco perché quel tesseramento del 1968 sembrava una condanna. Servirono insistenze, parole, mediazioni. Ma arrivò il sì. E da lì iniziò un’avventura lunga fino al 1980.

Anni di campi in prestito: Palù, Ponte Florio, Pozzo. Solo nel gennaio 1970 la Virtus ebbe finalmente un campo tutto suo. Prima c’erano porte divelte, sporte piene di vestiti a fare da pali, palloni di gomma rincorsi fino al tramonto.

Fu lì che “El More” iniziò a volare sulla fascia. Cross per “El Menega” Danilo Meneghelli, per Armando Residori, per Maurizio Albanese. Non segnava molto, ma quando lo faceva lasciava il segno.

Come quella domenica al “Federale” di Montorio. Allievi “B”. In campo anche Pier Francesco Nocini, futuro rettore dell’Università di Verona. Tiro destinato in rete, intercettato involontariamente sulla linea. «Ho sempre segnato col contagocce. E quello era dentro. Avrebbe almeno addolcito un 10-0 pesantissimo». Ironia, mai rancore.

La Virtus di quegli anni era la “Gens” di Sinibaldo Nocini, non ancora l’era Fresco. Il lunedì mattina molti finivano nel suo ambulatorio, in via Alessandro Turchi, a farsi medicare le ammaccature. Sinibaldo era diretto, passionale, ma lasciava piena autonomia tecnica agli allenatori. Una volta, nello spogliatoio, si mise a parlare in inglese con Albanese, fresco di corso linguistico per entrare nel Gruppo Veronesi. I compagni ascoltavano attoniti. Il calcio, per una volta, taceva.

Indimenticabile anche la trasferta a Cologna Veneta Calcio. Vigilia di Natale. Scambio di doni a centrocampo: pandorino da una parte, mandorlata dall’altra. Dieci minuti dopo, parapiglia generale. Intervento duro su Meneghelli, parole che volano, pugni che seguono. Gli occhiali di mister Mazzola in frantumi. Moreschi, consapevole di non essere un peso massimo, si chiude negli spogliatoi finché la tempesta passa. Partita vinta 2-0 a tavolino dalla Virtus.

Scene da Far West viste anche a Noventa Vicentina, Monselice, Solesino. Calcio di provincia, ruvido e vero.

E poi le “Officine Bra” di Valpantena, squadra ambiziosa. Al “Mario Gavagnin”, cross di Guido Masiero – talento che avrebbe poi brillato nello sci di fondo – e Moreschi si avvita in area: sinistro secco, 1-0. Al ritorno si ripete. Il suo marcatore, Paolino Stanzial, ex scudettato con la Fiorentina e già al L.R. Vicenza, sbotta: «Segna sempre quello lì, con l’11?».

Sì. Proprio lui.

La Virtus Borgo Venezia è stata chioccia, madre, scuola. Un quartiere che cresceva tra condomini e cantieri, ma che trovava nel campo un punto fermo. «Ancora oggi ci ritroviamo a cena. Parliamo. Ridiamo. Ricordiamo. Più del calcio, contava il dialogo. La condivisione».

Oggi Giorgio è padre di tre figlie e marito di Maria Rosa. Porta con sé la leggerezza dell’ala e il peso della memoria. Il padre non superò mai del tutto quei 24 mesi di inferno. Morì a 60 anni, senza aver sciolto davvero quel nodo.

«Per lui firmare un tesseramento era come firmare una cambiale a vita. Una condanna».

Forse è anche per questo che la numero 11, per Giorgio Moreschi, non è mai stata solo una maglia. Era una scelta. Un atto di libertà.


Aggiungi la tua...Noce

Condividi articolo

Scopri gli articoli può recenti

Autore: Andrea Nocini 26 marzo 2026
Un passo indietro per farne due avanti: la mossa disperata che può riscrivere il destino virtussino.
Autore: Andrea Nocini 25 marzo 2026
Una vita controcorrente, tra rigore, dolore e una forza capace di diventare esempio
Autore: Andrea Nocini 23 marzo 2026
Tra rimpianti e porchetta, il pari che racconta un paese