IL TALENTO DEL VICINO ANNULLA IL MISTER PATENTATO
Quando la burocrazia supera l’educazione e il talento resta in panchina

Me lo pongo da una vita questo interrogativo: ma a cosa servono i mister delle nostre giovanili, fieri di mostrare il patentino — con sudore, quello sì, conseguito dopo dure settimane — o di rivendicare la loro iscrizione all’Albo degli Allenatori UEFA C, UEFA B, UEFA D?
Che abbiano un costo, beh, quello lo posso capire. Anche se in campo dovrebbero andarci la professionalità — che non compri al supermercato — e il buon senso. Ma più che allenatori — come ho sempre appreso nella mia decennale militanza a Mestre prima e a Marghera poi, in veste di addetto stampa del C.R.C. FIGC-LND Sezione Dilettanti e Settore Giovanile e Scolastico — dovrebbero essere veri “allevatori”: bravi educatori, pedagogisti, psicologi, sociologi.
Eppure, alla pari della famosa erba, il piccolo talento che cresce nell’orto del vicino attrae ogni volta più di quello che magari stiamo educando (dal latino educĕre: “tirar fuori”, far crescere), e al quale non diamo né la vetrina della prima squadra né facciamo di tutto perché non cambi, mortificato perché poco valorizzato, casacca.
È l’eterna questione che si trascina da quando il mondo è mondo, da quando il calcio esiste. E poi ci si lamenta che i settori giovanili costano (mister patentati compresi), che non si hanno i soldi per arruolare bravi talent scout.
Però i giocatori delle categorie — soprattutto le punte, i bomber — costano, eccome. Fanno salire alle stelle i bilanci societari, privando poi il club della possibilità di pagare il ticket sanitario, il tesseramento, l’arredo sportivo a un giovane che sogna semplicemente di giocare a calcio: in maniera libera, socialmente inclusiva (le Paralimpiadi Milano-Cortina 2026 docent), anche ai cosiddetti “brocchi”, agli scartini, non solo all’asso di turno — peraltro raro come un quadrifoglio nelle nostre zolle. È questo lo spirito che dovrebbe essere maggiormente rimarcato nel calcio per diletto, non per competizione: parlo dei nostri dilettanti.
Inflazione e guerre che divampano in ogni angolo del pianeta rendono sempre più difficile la vita anche del più piccolo sodalizio dilettantistico, per la cui gestione ormai è richiesto l’intervento di un commercialista.
L’Iran ha appena annunciato che non prenderà parte ai Mondiali 2026 in Canada, USA e Messico: forse si apre uno spiraglio di possibile — dopo due edizioni disertate — partecipazione per i nostri azzurri. I quali, comunque, dovranno vedersela e superare gli ostacoli rappresentati da Irlanda del Nord e Galles: non proprio una passeggiata.
Il grande circo pallonaro della nostra Serie A è sempre più popolato da atleti provenienti da tutti i Paesi del mondo: costano meno e hanno più fame di football di molti altri.
Ma allora si capisce bene il disamoramento graduale di noi italiani — anche del cosiddetto “sportivo in poltrona”, che si abbona sempre meno alle piattaforme TV — verso quello che per noi è stato per decenni il gioco più amato, più praticato.
Buonanotte, davvero questa volta. Sperando in un giorno — e in un calcio — migliore.



