FAUSTO ZANONI, GIOCATORE RIBELLE, MISTER MODELLO!
Talento, carattere e qualche ribellione di troppo: il viaggio calcistico di Fausto Zanoni tra gol, panchine e scelte di vita.

Per quel poco che ha solcato le zolle rincorrendo un pallone, oppure seduto su una panchina dilettantistica, Fausto Zanoni, classe 1948 (è nato il dieci di ottobre), borgo-veneziano, ha comunque lasciato un segno.
È lui stesso a riconoscerlo candidamente:
«Ho iniziato a giocare a calcio in maniera ufficiale intorno ai 14-15 anni. Prima mi divertivo a farlo con gli amici, in quei rari spazi verdi che il popoloso quartiere-laboratorio di Borgo Venezia poteva concedere nei ruggenti anni ’70-’80 del Novecento».
La prima maglia, comunque, fu quella che appartiene ai campioni: il numero 10.
«Ero una mezzapunta ribelle, che si è messa a disposizione dell’Audace SME in età abbastanza matura. Ma, se non riuscivo a trovare la collocazione giusta, ero disposto anche a prendere a pallonate la bici di Zoppei, il vice-allenatore di Mario Rodella, un guru del nostro calcio di quei tempi. Addirittura, una volta mi sono seduto in mezzo al campo, inscenando una sorta di protesta che nemmeno i veri sindacalisti della pelota sono stati in grado di fare almeno una volta nella loro storia di professionisti del pallone. E pretendevo che l’Audace mi consegnasse il cartellino perché non volevo più far parte di quel sodalizio. Arrivò presto la punizione da parte dei rosso-neri sanmichelati: fare il guardalinee della formazione Juniores Regionale».
«Consegnatomi il 10, faccio subito gol. Ma ciò non è bastato per allentare, per addomesticare il mio carattere di contestatore. Arrivai all’Audace dopo aver chiesto di essere ammesso a un provino al “Federale”, il campo dell’Olimpia, quello a Ponte Florio, vicino alle Casermette di Montorio: “Vorrei giocare con voi, è possibile?”. Chiesi proprio così ai dirigenti rosso-neri. E mi contraccambiarono con la fiducia piena, assegnandomi perfino la delicata quanto prestigiosa maglia numero 10».
La mezzala ribelle viene aggregata anche alla Prima squadra, ma l’anno dopo fa parte della scuderia dei Filippini.
«Ricordo che mister Giusti mi voleva portare in prova al Milan, a Milanello. Invece sostengo il provino per l’allora Cardi Chievo, dove non potevo inaugurare meglio il debutto con i “gialloblù della Diga”, allora in Promozione. Ho ancora in mente quel prodigio balistico, quella “perla”: il maturo centravanti Vantini spizza la sfera di testa verso il sottoscritto; la palla mi arriva giusta sul piede destro e io, al volo, faccio partire un bolide a mezza altezza che va a spegnersi giusto nel sette opposto a dove si trovava il portiere avversario. Ricevetti, a fine gara, i complimenti non solo dai compagni di squadra, ma anche dagli avversari. In verità quella prodigiosa conclusione l’avevo ammirata durante gli allenamenti, continuamente provata dai vari Franco Ferrari, Trusso e, un pochino, avevo imparato a confezionarla. La mia breve parentesi con il Cardi Chievo annoverava le presenze di Agostini (anche lui ex Filippini alla pari del sottoscritto), Marchioretti, Trusso (stopper), Danese (centrocampista), Mazzai (ex audacino e di Madonna di Campagna). No, non fu il gol della vittoria, e mi sembra — non ricordo bene — che l’avversario fosse il Peschiera».
Era l’autunno del 1965, con alle porte la prova di maturità di Ragioneria a giugno.
«Tutti erano iscritti all’università. Io, non potendo, avevo bisogno di lavorare per reperire i fondi per iscrivermi all’ateneo. L’anno dopo la breve ma intensa parentesi col Cardi Chievo vado, a titolo di prestito, al San Giovanni Lupatoto, ma anche lì la stagione è condizionata dal servizio militare, dalla chiamata alle armi. Mi iscrivo in una palestra del centro città molto rinomata, il “Figurìn Club”, e vengo subito arruolato più come preparatore atletico dal fisico da ballerino che come calciatore vero e proprio».
Di lui si accorge una società molto ambiziosa di quegli anni: le Officine Bra di Quinto del presidente rag. Mario Nicoletti.
Per i grandi nomi di cui si è sempre ammantata (in testa gli statuari cugini Fanini, i fratelli Paolino e Roberto Stanzial, l’ex Catania Adelchi Malaman, Angelo Bissa, “Haller” Signorini, Tiziano Salvagno, Checco Biasibetti e molti altri ancora), le Off. Bra erano soprannominate la “Juventus dei dilettanti veronesi”.
«Avevano costruito, a Quinto di Valpantena, vicino ai campi di Ballini, una Terza categoria stellare, sprecata, ma destinata ad aprire — come poi si è verificato — un ciclo di successi che la portò (stagione 1987-88) in Serie D, Interregionale, nonostante lo spareggio perduto tra pari classificate con il Tregnago di Antonio Bogoni, guidato da Fausto Nosé, al neutro del “Renzo Tizian” di San Bonifacio, pieno come un uovo con i suoi 2400 paganti, il 15 maggio 1988».
«Ebbene», riprende Zanoni, «affianco mister Giancarlo Gatti, altro guru del nostro calcio minore per avere vinto una Coppa di Svizzera, e dopo aver guidato anche il Magico Sivam di Bagnolo del dr. Carlo Giavoni. Il mio compito è duplice: una sorta di via di mezzo tra quello di mister in seconda e quello di preparatore atletico».
«Curo», aggiunge Zanoni, «anche la preparazione della seconda squadra, l’Under delle Off. Bra, la cui prima e maggiore espressione — la Prima squadra — è un pollaio dove i galli non si risparmiano critiche né beccate velenose».
Il “tycoon” delle Off. Bra, il rag. Nicoletti, affida poi la squadra a Dino Cherubini, ex bandiera gloriosa del Magico Somma, vincitore — la notte del 1° luglio 1978 — al “Silvio Appiani” di Padova della Coppa Italia Dilettanti (1-0 contro il Contarina di Rovigo grazie a un’imperiosa capocciata di Fulvio “Fuffo” Begnini, ex Porta Nuova), ma affida a Fausto Zanoni — che intanto ha conseguito il patentino di allenatore UEFA assieme a Paolo Sirena, Gianfranco Zigoni e ad altri due dell’Hellas Verona — di fare da prestanome.
«Rinunciai anche al centesimo», ricorda Zanoni, «per una questione di rispetto e di etica (già io stavo facendo carriera alla Cassa di Risparmio, ora Unicredit). Stesso comportamento tenni quando l’allora presidente dell’US Virtus B.V., il dr. Sinibaldo, mi offrì la panchina dei borgo-veneziani».
Segue poi il ricordo di una riunione storica al Cinema Aurora, durante la quale intervenne anche il giovanissimo Gigi Fresco.
Era la Virtus dei vari Fernando Fanini, Fabio Beltrame, Stefano Mazzola, Giorgio Moreschi, Andrea Pasquali, Giorgio Zanoni, Danilo Meneghelli, Maurizio Albanese, Patrizio Bellesini, dei fratelli Chesini.
«Complice anche qualche risultato non brillante, entro in rotta di collisione col capitano Vesentini. Purtroppo, bloccato da turni lavorativi, non posso contare sulla forte punta Meneghelli, mentre in difesa perdo nelle prime partite quell’ingegnere — oggi professionista di grande successo negli USA — “Pidu” Padovani».
Zanoni si dimette a quattro giornate dal termine dopo la sconfitta subita in trasferta contro il Villafranca, guidato da Nicola Ciccolo, “il pirata”, ex Chievo, Messina e Internazionale.
«E mi tuffo nel lavoro, con una famiglia sulle spalle: la splendida moglie Gesine (scomparsa 14 mesi fa) e il figlio unico Enrico».
Troppo distante allenare l’Isola Rizza, allora in Seconda categoria:
«Le nebbie che avvolgevano d’inverno Zevio, Palù e Oppeano mi hanno fatto meditare sulla mia conduzione tecnica a capo dei biancazzurri della “Scrofa”, con i quali in preparazione arruolo anche tuo fratello Giorgio, quel fisicone dal sinistro al tritolo e dalla micidiale progressione a rete».
L’ultimo sprazzo da allenatore Fausto Zanoni lo vive nell’Ares Calcio VR.
«Guido l’Under 23 degli “aretini”, convinto dal dirigente e factotum Beppe Gargiulo. Ma, sempre più preso dagli incarichi assegnatimi in banca, lascio sfilare il pallone lungo e oltre la linea di fondo… della mia parentesi da mister dei dilettanti».



