COM’È CAMBIATO PROFONDAMENTE IL CALCIO!
Dal calcio degli uomini al calcio dei numeri: memoria, identità e perdita di profondità

Prendendo spunto dal titolo di un famoso successo del grande Lucio Dalla, “Com’è profondo il mare” (1977), molto spesso penso a quanto sia cambiato il calcio dei nostri ragazzi rispetto a quello della nostra generazione, la quale viveva la stagione dei primi grandi complessi musicali e stava immergendosi nelle chiassose, assordanti discoteche.
È l’aver ritrovato un breve colloquio con Paolino Pulici,classe 1950, il più grande fromboliere della storia del Toro, che, in un immaginario dialogo seduti l’uno di fronte all’altro in uno dei tanti caffè di via Vittorio Emanuele, davanti a una fumante tazza di cioccolata sorseggiata nel centro di Torino, mi ha fatto cogliere la grande differenza che corre tra il suo calcio – quello degli anni ’70-’80 del Novecento, del sesto scudetto conquistato nel maggio del 1976 e di quello sfiorato per un soffio la stagione successiva contro la Vecchia Signora – e quello dei nostri giorni.
Mi sembra di udire ancora la marcia non dei quarantamila – 14 ottobre 1980 – operai, impiegati e addirittura quadri Fiat, inscenata dai lavoratori della più grande azienda automobilistica italiana, la Fiat appunto, in pieno disaccordo contro i picchettaggi che impedivano loro, da trentacinque giorni, di riprendere il posto in fabbrica. Una gigantesca manifestazione antisindacale contro le principali sigle sindacali, la CGIL, la CISL e la UIL.
Quella del 1980, però, non aveva nulla a che vedere con l’altrettanto pacifica messa in mostra alla vigilia di Torino-Genoa (maggio 1977, 5-1 per il Toro), ultima giornata di campionato, con le due rivali piemontesi separate da un solo punto e con il primato a vantaggio della Juventus, chiamata all’Olimpico di Roma, in casa della Lazio (vittoria bianconera per 1-2), a mettere in atto il colpaccio per negare matematicamente (77 a 76 punti) il bis ai “cugini” granata. Sì, per strappare letteralmente di dosso il tricolore dal petto del Toro, che pareva averlo ormai psicologicamente e meritatamente tatuato sulla pelle.
Parliamo del Toro successivo al mister con il colbacco, il sardo Gustavo Giagnoni, esploso a Mantova, e cioè di Gigi Radice; del Toro del presidente Orfeo Pianelli; di quel simpaticone romagnolo ex Bologna, Eraldo Pecci; del “poeta” Claudio Sala; del maratoneta Patrizio Sala; di Rosario Rampanti; di Luciano Castellini tra i pali; dei “gemelli del gol” Ciccio Graziani e Puliciclone – come lo chiamava il sommo Gianni Brera – il bomber dei bomber della storia granata, Paolino Pulici; dell’elegante Renato Zaccarelli; dei difensori Roberto Salvadori e Nello Santin; dello stopper silenzioso Roberto Mozzini, poi anche allenatore del Legnago Salus dell’avv. France Salvatore.
Erano uomini prima che numeri, erano atleti attaccati alla maglia più che al libretto degli assegni. Con loro potevi intrattenere un dialogo, tanto non fuggivano spronati da questo o quel procuratore sportivo. E poi non erano banderuole al vento, ma vere “bandiere”, fedelissimi al ruolo che ricoprivano, non pronti a scattare al primo fruscio provocato da una grossa banconota da dieci o cinquanta mila vecchie lire.
Quella vigilia, o antivigilia, del 22 maggio 1977, prima dell’ultima tappa del campionato 1976-77 vinto dalla Juventus, la marcia dei tifosi inbandierati a festa, con fazzoletti liberati nel cielo color granata, celava in realtà, sotto quelle amate e appassionate spoglie calcistiche, migliaia di operai logorati da ore trascorse alla catena di montaggio. Uomini desiderosi, grazie al Toro scudettato, di prendersi una rivincita non solo sociale, ma anche esistenziale, dopo una gioventù spazzata via dalle due gigantesche alluvioni del Po che nel Polesine avevano mietuto migliaia di morti e dispersi, costringendo i sopravvissuti all’emigrazione verso le metropoli italiane, risorte grazie all’industrializzazione e alle infrastrutture. Una ricerca di “resurrezione”, di riscatto umano e sociale verso un’esistenza meno in salita rispetto a quella che avevano dovuto abbandonare per sempre, senza più fare ritorno al paese d’origine, agli amici di una vita.
«È un calcio in cui non mi riconosco più da anni», ci ha confidato Puliciclone. «Troppo business, basato solo sui soldi. E purtroppo lo dimostra anche la nostra Nazionale: da tempo manchiamo la partecipazione ai Mondiali perché si investe su ciò che è già pronto, già confezionato. Non c’è più voglia di mandare scouting seri alla ricerca dei talenti nostrani, che sicuramente circolano ancora nelle zolle del nostro stivale, ma sono attratti più da club stranieri danarosi che da proposte italiane poco coraggiose».
E il carrozzone del calcio italiano, da qualche anno, sta segnando il passo. Urge tornare a seminare bene.
Altrimenti…



