“ANGE”, DALLA FACCIA PULITA
Dietro quel nome c’è un bambino, un padre, una foto e una vita intera spesa sulla fascia.

È Maurizio Albanese, per tutti “Ange”: inesauribile ala destra della Virtus Borgo Venezia di Claudio Bortolameazzi, che per il suo modo di stare in campo lo paragonava a “Uccellino” Hamrin. Uno di quelli che non si fermano mai, neppure quando la partita sembra già finita.
In pochi conoscono l’origine di quel soprannome.
A raccontarla è lo stesso Albanese:
«Giravo per il quartiere con una foto autografata di Antonio Valentin Angelillo. Era uno dei tre “Angeli dalla faccia sporca”. La tenevo sempre con me, come una reliquia».
Fisicamente esile, ma rapido, scaltro, instancabile, Ange aveva una dote che mandava in crisi i terzini: non concedeva tregua. Nella sua lunghissima militanza nella Virtus B.V. — una vera “storia infinita” — il suo movimento continuo era una condanna per gli avversari.
«Era la disperazione dei cosiddetti mastini», racconta Claudio Bortolameazzi, il “sergente di ferro” virtussino che lo ha schierato per anni in prima squadra.
«Tatticamente era semplice da guidare. Alla festa voleva sempre vincere».
Il mister, protagonista delle storiche promozioni della squadra di Borgo Venezia, lo paragona senza esitazioni a Kurt Hamrin, la “libellula” imprendibile di Milan e Fiorentina.
«Non lo trovavi mai fermo. Finiva le partite con la lingua fuori e la faccia arrossata dalla fatica. E non è vero che fosse un facile cacciatore d’area. Quando conquistava un rigore, si girava verso la panchina, sorrideva e allargava le braccia: si lamentava perché non aveva potuto segnare su azione. I rigori, poi, li calciava sempre l’inseparabile Danilo Menghelli».
Per anni compagni e avversari si sono chiesti perché lo chiamassero “Ange”. È lui stesso a svelarlo:
«In pochi mi chiamano Maurizio», sorride l’ex ala destra.
«Quando vivevo a Milano, abitavo con mia nonna in viale Brianza, vicino alla pensione che ospitava i giocatori dell’Inter. Mio padre, tifosissimo nerazzurro, era morto quando avevo cinque anni. Un giorno convinsi la nonna a chiedere una foto con dedica ad Angelillo. Da lì è nato tutto. Da lì è nato “Ange”».
Generoso fino all’eccesso, arrivava perfino a interrompere l’azione per applaudire, con ironia, i tifosi amici che lo sostenevano.
«Non ho mai amato i complimenti», confessa.
«La mia infanzia è finita presto. Dopo la morte di mio padre non ho mai tollerato elogi o interviste».
Eppure, Ange sapeva commuoversi. Come quel pomeriggio al “Federale” di Montorio, dopo lo spareggio per salire in Seconda categoria.
«Giocavamo in inferiorità numerica. Al 117°, a tre minuti dalla fine dei supplementari, il vecchio Menega segna il gol decisivo contro il Pozzo. Dentro lo spogliatoio piangemmo tutti per mezz’ora. Eravamo distrutti, svuotati, felici».
Le punizioni guadagnate al limite erano tante. Le gambe, a fine gara, spesso scorticate. A volte, addirittura, Ange sembrava sparire dal campo. Bortolameazzi ricorda un episodio rimasto negli annali:
«A Santa Lucia non avevano tagliato l’erba lungo le fasce. A un certo punto mi alzo dalla panchina e urlo: “Ange! Ange! Ma dove sei finito?”. Era lì, nascosto nell’erba. Tanto era basso».
Mai espulso per reazione, nonostante una valanga di falli subiti ogni domenica. L’unica espulsione arrivò per una battuta che l’arbitro non seppe apprezzare.
«Successe a Minerbe», racconta.
«Il mister protestava dalla panchina. L’arbitro gli chiese: “Lei allena quale squadra?”. Io, capitano per la prima volta, risposi: “Il Minerbe, signor arbitro”. Cartellino rosso. Sotto la doccia piansi come un bambino. Mi dispiaceva saltare due partite».
Pochi i gol segnati, per scelta e per destino:
«Non potevo essere io il finalizzatore. Arrivavo davanti alla porta senza fiato. Il mio compito era creare spazi e occasioni per gli altri».
Eppure, a Soave, Ange si trasformò in qualcosa di impensabile: un colpitore di testa.
«Svettai su un cross dalla fascia. Il portiere Maschi, alto quasi un metro e novanta, non se l’aspettava. Nemmeno io. Forse fu solo una questione di tempo giusto».
Ange ha aperto così il cassetto dei ricordi. E, ne siamo certi, non lo ha mai richiuso.
«Con il calcio non ho mai smesso», dice.
«A quarantatré anni giocavo ancora negli amatori».
Chi è
Maurizio Albanese (5 ottobre 1951) nasce e cresce calcisticamente nella squadra del suo quartiere: la Virtus Borgo Venezia. È protagonista di numerose promozioni sotto la guida di Claudio Bortolameazzi e, successivamente, del compianto Mirko Mazzola.
Il miglior piazzamento arriva nella stagione 1979-80, in Prima categoria: la Virtus chiude al sesto posto dopo la vittoria decisiva a Pescantina contro la formazione di Natale Pasquali, guadagnandosi l’accesso alle Officine Bra di Giancarlo Gatti. Un risultato poi migliorato con la storica Promozione conquistata dai ragazzi di Gigi Fresco.
Nel 1982-83, con la Virtus impegnata nell’Under 23, Ange — fuori quota — approda a Vigasio, in Seconda categoria, ritrovando l’amico Tiziano “Gancio” Albrigi. L’anno successivo, con il ritorno della Virtus in Seconda, chiude la carriera proprio dove tutto era iniziato.
Maurizio Albanese, detto “Ange”: una vita con la casacca della Virtus Borgo Venezia.



